Arcana Opera: De Noir

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Arcana Opera, un’idea del vicentino Alexander Wyrd, ha rilasciato quest’anno il secondo album. Il progetto è nato su premesse in un certo senso non convenzionali, che prevedono una grande libertà nell’espressione musicale e una grande importanza attribuita ai testi, posti sullo stesso piano se non al di sopra della musica, la quale non è mai da essi scindibile. La formula scelta non risulta, per forza di cose, di facile consumo: le liriche hanno momenti bellissimi e sono caratterizzate da una potente vena visionaria; l’abbinamento con sonorità molto intense, influenzate da gothic metal e prog, con passaggi ‘folkeggianti’ – un’eterogeneità che talvolta sorprende! –  di certo conferisce al messaggio potenza e profondità. La prima traccia, “Cave Canem” è una di quelle dall’approccio più semplice fin dalle note solenni dell’apertura: il ritmo è sostenuto, lo stile melodico, a tratti vagamente ‘barocco’ mentre il canto mostra già tutto il suo ‘vigore’ nelle parti ‘growl’. Segue “Il Letto Rosso”, uno dei brani più variegati che, nella sua corsa irresistibile, attinge dal cabaret, dal ‘sinfonico’ e dal metal e offre il destro alla voce di Wyrd di confermare le sue potenzialità; “Ambasciata Noir”, invece, dalla struttura più tradizionale, cattura l’attenzione più che per i corposi assoli di chitarra, per la forza delle parole che i momenti ‘growl’ rendono ancor più incisiva. Ma uno dei pezzi migliori è sicuramente “Caffé Marco Polo” che offre ritmica energica, chitarra impetuosa, una bella tastiera e l’innegabile carisma del vocalist con un testo di contenuto storico: a parte qualche passo lievemente pomposo il risultato è davvero coinvolgente. Poi, in “Quetzalcoatl” – apprendiamo da Internet trattarsi del  nome azteco del dio serpente piumato! – si percepiscono derive folk metal e suoni ‘nordici’ rivisti attraverso l’abituale, irrefrenabile grinta.  Delle restanti, “Il lamento di Marsia”, dallo sfarzoso arrangiamento e la parte vocale impreziosita dall’apporto femminile, appare ricca di riferimenti alla cultura classica e la successiva “La Danza Della Forca” rimane in ambito metal, quello dalle sonorità più ‘cariche’ e solenni, mentre la chiusa resta affidata alle bizzarre ‘variazioni’ folk/marziali di “Sul Pasubio Prima Dell’Alba”, ulteriore dimostrazione di un eclettismo cui, a mio avviso, andrebbe comunque data una direzione più precisa.

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