HellLight: Journey through endless storms

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Issano sul pennone il vessillo lacero del funeral doom i brasiliani HellLight, e non tragga in inganno la loro provenienza, Journey through endless storms è una raccolta di monoliti di marmo nero, ove la desolazione abissale evocata da Saturnus, Skepticism ed altri Maestri Cerimonieri viene elaborata con misurata premura, come chi s’appresta ad accompagnare per l’ultima volta l’estinto col quale ha condiviso il Tempo di una intiera esistenza. Meno barocchi degli Abysmal Grief, levano al cielo il loro lamento virile, assecondando i rigidi precetti del genere, in tempi di commistioni e di voci femminili gli HellLight sublimano il dolore, amplificandone la portata fino alle soglie dell’umana sopportazione; l’incedere pachidermico delle chitarre, appena stemperate dalle note dolenti del piano, il senso di smarrimento provocato dall’ascolto, fino al totale assorbimento, di componimenti lunghi, legati fra loro dal romore della pioggia, quella che infracidisce la brughiera, non quella che porta temporaneo sollievo alla asfissiante calura dei Tropici, collocano i brasiliani sullo stesso piedistallo di Evoken e di Unholy (e dei Thergothon, leggasi il grimorio “Distant light that fades”), geograficamente lontani, ma affini nella militanza nell’ala più estrema della musica del Fato (il loro full-length del 2008, terzo di una discografia che vene le prime testimonianze risalire alla demo “Fear no evil” del ‘98, titolava competentemente “Funeral doom”, più esplicito di così). Journey through endless storms abbandona il suo fruitore in uno stato d’indefinibile incertezza: come quelle giornate di mezzo autunno, quando la melancolia prevale; un sabato pomeriggio trascorso nell’ignavia, col desiderio di un qualcosa d’indefinito che monta come la marea, e che presto si spenge. Il crocidar del nero corvo, appollaiato su d’un ramo che pare un dito ischeletrito rivolto al cielo cinerino, ci risveglia dal torpore, ma rimpiangeremo presto quel ricetto dello spirito ove eravamo scivolati…

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