Pure Ground: Standard Of Living

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Il moniker Pure Ground cela un duo americano – Greh Holger e Jesse Short – in attività dal 2012, che, nonostante si sia scelto questo nome che fa pensare ad una sorta di ritorno alle origini, si è dedicato con risultati rimarchevoli all’esplorazione elettronica. La loro musica si inserisce nel filone della minimal wave ma l’inclinazione verso l’industrial e l’EBM conferisce alla loro produzione un’impronta marcata e vigorosa: suoni comunque freddi ma grintosi, giustamente ispirati al passato ma non privi di qualche intuizione che li rende molto ‘appetibili’. I riferimenti al fantastico ed alla fantascienza li rendono intriganti anche per il pubblico più ‘cerebrale’ e così, dopo una serie di lavori rimasti un po’ di nicchia, questo Standard Of Living, uscito da poco, potrebbe rappresentare il ‘salto’. Vi si trovano nove tracce, alcune veramente belle, che rivelano sempre interesse per il lato melodico ma contengono anche elementi dissonanti o sperimentali, per esempio nel particolare uso della drum machine, che decisamente attraggono l’attenzione. Si comincia con “Second Skin”, aggressive linee di synth e ritmica secca per un concetto musicale che più minimale di così si muore: eppure, com’è efficace il risultato! Subito dopo, “Watch the Lines Grow”, vicina all’industrial quanto ai suoni ma ben adatta ai dancefloor di genere, è caratterizzata dall’andamento ipnotico e teso che si accorda perfettamente con i toni taglienti del canto, mentre “War In Every House” propone un arrangiamento più elaborato che mostra il suo debito verso l’elettronica classica, dai Kraftwerk ai Cabaret Voltaire. Poi, dopo la cupa e minacciosamente cadenzata “In Silence”, ecco “Poison”, insieme a “The Glory Of Absence” la maggior concessione all’EBM dell’intero album, in cui l’atmosfera pare ‘disumanizzarsi’- nella seconda, anche il canto cede il passo a confuse voci ‘robotiche’ – e si infittisce fino a farsi opprimente . La chiusa è lasciata a due episodi come la tradizionale “Centuries In Gold” e, soprattutto, “Tides”, in assoluto forse  la traccia più significativa e dai suoni più sorprendenti, la cui ritmica rallentata determina un allucinante clima da disastro nucleare. Standard Of Living si rivela dunque un lavoro di buon livello, generalmente accessibile e con qualche momento molto ben riuscito.

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