Il Teatro degli Orrori: Il Teatro degli Orrori

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Ho ascoltato l’ultimo lavoro de Il Teatro degli Orrori, che porta il loro stesso nome, molte più volte di quanto avrei avuto voglia di fare e mi risulta davvero difficile spiegare con sincerità ciò che ne penso. Ma i tempi cambiano e i miti tramontano, anche se non vorremmo e la parabola della band ha seguito un lento ma inesorabile percorso in discesa al quale, forse, non hanno trovato la forza di reagire, coinvolti come sono stati in altri progetti per realizzare aspirazioni diverse. Già in Il mondo nuovo si poteva onestamente ‘annusare’ la crisi, per esempio nei sempre più numerosi momenti retorici e ridondanti che facevano rimpiangere l’intelligenza artistica del primo album.  Il Teatro degli Orrori riprende da quel punto e calca ancora di più la mano, riproponendo soluzioni musicali ormai arcinote a far da sfondo a paginate di insipidi slogan che risultano irritanti più che interessanti, mentre la gradevole ‘sfacciataggine’ di Capovilla si è trasformata ormai in boria che, alla lunga, non si sopporta. Le dodici tracce del disco sono ampiamente radicate nel presente e nella nostra storia attuale, ma il filo che ha sempre legato il contenuto dei loro testi alla realtà sembra irrimediabilmente spezzato e ciò che rimane sono frasi vuote, spesso coperte dal confuso rumore che dura fatica definire ‘noise’, e poco sanno comunicare. Vedendo in dettaglio: l’opener “Disinteressati e indifferenti”, dedicata ai giovani d’oggi,  non so perché già suona spiacevole, con la ripetizione pseudo-sarcastica del verso ‘Uno su mille ce la fa, stai a vedere che sei proprio tu’ che, fra la confusione ‘festaiola’, echeggia una delle più detestabili canzoni di Morandi. La successiva “La paura” è una di quelle alquanto vicine allo stile abituale del gruppo, con un motivo gradevole e, ovviamente, scatenato ma, riproponendo formule che ormai si sanno a memoria, suscita un senso antipatico di ‘già sentito’ che si riaffaccia anche più in là. Stesse considerazioni per “Lavorare stanca”, uscito come singolo: per quanto d’accordo si possa essere con il contenuto del testo, la banalità è dietro l’angolo. A questo punto è forse più agevole segnalare le tracce che, a mio avviso, si distinguono positivamente dal resto: “Il lungo sonno (lettera aperta al Partito Democratico)” vanta momenti molto efficaci alla chitarra e la melodia è davvero bella, ma il testo è quanto di più simile ad un comizio si possa immaginare; “Una donna”, che riprende la tematica già vista ne Il mondo nuovo, colpisce fin dalle prime note di chitarra ed appare pervasa di poesia, mentre la voce di Capovilla si fa amare come un tempo. Non male anche “Genova”, la cui tematica si intuisce già dal titolo, caratterizzata da uno degli arrangiamenti più compositi ed originali e dove le parole hanno finalmente un peso importante. Peccato invece che la chiusa dell’album sia “Una giornata al sole”, uno dei brani che, a mio avviso, significano di meno, musicalmente e sul piano delle liriche…  che starà succedendo al mitico Teatro degli Orrori?

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