La nuova ‘vita’ di The Danse Society sembra ormai avviata senza intoppi e così ecco il loro recente lavoro, VI, che segue Change of Skin del 2011 e Scarey Tales del 2013. Nella line up troviamo alla batteria Iain Hunter invece di Gilmartin e Sam Bollands alle tastiere, mentre Maethelyiah ha preso stabilmente il posto che era stato di Steve Rawlings, contribuendo così in modo determinante al mutamento nel sound della band che percepisce con tanta chiarezza chi l’abbia conosciuta nei tempi d’oro. Non che VI sia un brutto disco: ma diverso sì, forse perchè pare presupporre la volontà di adeguarsi al gusto di oggi. Un’aspirazione lodevole, come è anche lodevole mettersi in gioco in una ‘scena’ così cambiata dai loro esordi, ma è inevitabile, in questo processo, perdere qualcosa, che sia la freschezza o l’audacia dello sperimentare e il rischio è quello di finire nel ‘calderone’, fagocitati dalla ‘globalizzazione’ che sembra attualmente caratterizzare proprio il genere che a noi è più caro e che The Danse Society, a suo tempo, ha concorso a definire. VI contiene dieci tracce di livello più che buono e l’ascolto scorre piacevolmente. Forse manca qualche ‘punta’, il pezzo che emerge e che rimane impresso ma… non si può avere tutto! Comunque, dopo una seducente intro ‘sintetica’ ecco uno degli episodi a mio avviso migliori, “Into The Red”, un avvolgente brano wave con liquide tastiere e chitarra davvero incisiva e anche Maethelyiah si comporta molto bene, dimostrando sicurezza e sensualità. Poi, “Star Whisperer” esordisce ben più ‘tosta’, la ritmica si fa più martellante ma la vocalist in verità sembra invano all’inseguimento di Siouxsie Sioux; stesso stile in “Awesome” nella cui fredda atmosfera si evidenziano belle linee di tastiera di gusto decisamente ‘gotico’ ma “Bloodstream” è impostata su un ben riuscito ‘crescendo’ emozionale che da movimenti lenti e ‘sinuosi’ giunge a ‘picchi’ di tensione determinati dalla chitarra ora severa, ora sofferente ma comunque espressiva: il risultato, suggellato da perfette note di pianoforte,  è molto suggestivo. Niente di notevole, poi, fino a “Ain’t Gonna Happen” che si distingue per la cupa quanto accattivante melodia dal gradevole sapore ‘vintage’, un brano curato e armonioso che si ascolta con piacere e poi “Doodlebug” subito dopo, ricca di echi inquietanti e dalla parte vocale davvero efficace. Le ultime due tracce non riservano aspetti di rilievo e concludono un album che si può definire senz’altro valido se visto nel contesto della nostra epoca ma che teme un po’ il confronto con le pietre miliari che The Danse Society ci ha regalato in passato.