Near Earth Orbit: End Of All Existence

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Ashley Dayour e Artaud Seth non possono essere nomi sconosciuti per i nostri lettori: per il primo possiamo ricordare Whispers In The Shadow e The Devil & The Universe, per il secondo Garden Of Delight e Merciful Nuns. Quest’anno i due hanno unito il loro estro e dato vita ad una nuova ‘creatura’,  Near Earth Orbit, per lo più abbreviato in N.E.O., e il primo lavoro nato dal progetto è End Of All Existence. Si tratta di un curioso ma eccitante ‘concept’ di natura fantascientifica, pensato come messaggio da un tempo futuro e complesso come può esserlo un’opera che si basi su nozioni scientifiche ben precise e che, inoltre, presupponga anche aspetti visivi, così da presentare il quadro apocalittico della fine del mondo da una prospettiva tipicamente cinematografica: è infatti d’aiuto consultare il sito web creato appositamente, dove è spiegato tutto quanto sta accadendo sulla terra. La musica è molto inquietante e totalmente pervasa di oscurità, dal momento che, giustamente, fa da cornice alla fine dell’esistenza umana. Il sentore del crollo è già presente nella prima traccia,The End”: sinistri synth introducono la tetra atmosfera, basso, ritmica tribale e voce alquanto agghiacciante ma dalle tonalità potenti completano la scena. La seguente “Abandoned World” – in verità una della più orecchiabili! – è dominata da una fantastica chitarra e dalla incisiva parte vocale: la struttura ripetitiva favorisce l’effetto straniante ed ipnotico fino alla chiusa ‘futuribile’ con le voci registrate; “The Warning”, invece è uno degli episodi più tesi e funerei, con chitarre tiratissime e canto angosciante con un finale di potenza notevole. Sempre funerea ma dall’andamento meno convulso “Observing The Sun” il cui clima terrificante è sottolineato dagli accenti ‘truci’ di Artaud Seth mentre “T.H.E.M.” (Trans Human Earth Migration) ci accoglie con foschi ‘rumorismi’ industriali che confluiscono in forme cadenzate sempre di impronta tribale: non c’è più ormai neanche una stella in questo nerissimo firmamento e, per quanto i suoni possano vorticosamente riprendere energia (“Heat Death”), l’atmosfera resta minacciosa ed incombente. L’epica conclusione include la bellissima “Taken”, forse la più melodica del lotto ma anche la più desolata, stando alle meste note di chitarra ed alla parte vocale ricca di momenti estremamente drammatici, e infine “Anybody Out There”, il più sorprendente degli epiloghi: gli ultimi segnali dallo spazio pervengono in un contesto sonoro etereo e ‘spaziale’, come a voler consegnare all’eternità (o al nulla?) un piccolo assaggio di dolcezza…e poi sparire.

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