Pyogenesis: A century in the curse of time

0
Condividi:

Era il 1995 quando i Pyogenesis davano alle stampe “Twinaleblood”. Un solido concentrato di gothic-doom che non sfigurò al cospetto di quanto proposto da Paradise Lost e da My Dying Bride, ma che pur troppo non ebbe seguito. Tutt’altro, sui successivi “Unpop” e “Mono…”, è meglio stendere un pietoso velo di silenzio, tanto per non farci del male, che non ne abbiamo bisogno. Ed i seguaci del gruppo erano attesi ad una nuova prova di coraggio, ovvero l’abbandono di Tim Eiermann e di Wolle Maier, i quali andarono a formare i Liquido, quelli di “Narcotic” (1998), qualcuno sicuramente si ricorderà di loro, altrimenti andatevi a cercare il video su quel canale là… Nel 2002 Flo Schwarz radunò nuovamente le truppe per dare alle stampe “She makes me wish I had a gun”, poi ancora tredici anni di silenzio ed ecco A century in the curse of time. Forti di una reputazione inattaccabile in quanto a sorprese ed a prese di posizione spiazzanti per quanto riguarda i contenuti dei loro dischi, i tedeschi danno fondo in queste otto tracce a tutto il loro estro, esplorando sonorità moderne, percorrendo a ritroso la loro carriera (il progetto prese forma nel 1991, derivando dagli Immortal Hate) alla ricerca di spunti e di idee, assemblando comunque un disco di discreta fattura che prende il volo con la terza traccia, “This won’t last forever” e che procede convinto con il motivo più bello del lotto, quella “The best is yet to come” che trae vigore dalla tronituante sezione ritmica e che dal vivo, ispecie per la sua lunga coda affidata alla batteria di Jan Rathje, verrà presumibilmente utilizzata per chiudere i concerti: un brano che è letteralmente impregnato di una melodia agrodolce che sa tanto di settanta, quelli ancora infetti da scorie psichedeliche. Il titolo lasciava presagire ad una seconda parte di track-list in crescendo, i brani che seguono sono però sì piacevoli, ma non trascendentali, poggiando comunque su un impianto robusto e su ambientazioni cangianti, ove si riscontrano elementi (seppur non immediatamente identificabili) ascrivibili al goth-metal che i nostri hanno saputo ben frequentare. Concedendo ad A century in the curse of time più d’un ascolto affrettato, si potranno inoltre individuare più passaggi che susciteranno interesse in quest’opera che ci riconsegna un gruppo non fondamentale, comunque ancora capace di prove dignitose. La title-track chiude con onore coi suoi quindici minuti scarsi ove la vena progressiva dei Pyogenesis viene alla luce, riconciliandoci anche con quella parte di scaletta più debole in quanto a contenuti ed ispirazione.

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.