The Half Of Mary: Ruins

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Non fornire alcuna indicazione all’ascoltatore. Abbandonarlo lì, in una stanza vuota, che si riempie a poco a poco di suoni, di colori. Provocare reazioni, titillare l’attenzione, giocare con la fantasia, scherzandoci sopra, perché no? Ma rimanendo, in fondo, terribilmente seri. La voce profonda di Claudio Tosi (uno dei migliori cantanti che abbia mai avuto la ventura d’ascoltare!) vi sedurrà, vi condurrà in un mondo di lustrini e di merletti, ma sotto il cerone si celano anime sofferenti, in cerca di una direzione, di un senso ad una vita sacrificata all’eccesso. Un filo rosso che conduce dai primi anni settanta agli ottanta dei plans for Nigel, con Bryan Ferry stretto in un paltò color cremisi che canta indolente sulla veranda d’un vecchio hotel di Brighton, volgendo lo sguardo al mare corrucciato sul quale incombe la cappa fuligginosa della nebbia spinta colà da venti capricciosi (“Flames”). Dodici brani (sovente sghembi ed irregolari) costituiscono Ruins, esordio lungo dei fiorentini che rappresenta con la sua consistente durata un’ulteriore sfida a duello, accettata con quel senso di romantica partecipazione che cingeva come una corona di spine il cuore di Armand D’Hubert/Keith Carradine assillato da Gabriel Feraud/Harvey Keitel, nell’infuriare della guerra, incalzati dalle campagne di conquista o nel dramma della rotta, nel nome di un codice d’Onore crudele al quale un Ussaro non può rinunziare. Canzoni che emanano glamour, ma che non si lasciano soffocare da questo, perché è ben vero che la serata terminerà ed il trucco scivolerà lungo le gote affannate, lasciandovi graffi neri dai contorni incerti. Non cercate d’ingabbiarlo in un genere, non vi riuscirete, ed è questa la bellezza di Ruins, lavoro che non si lascia conquistare con le facezie, che mostra il suo lato più frivolo per poi celarlo immediatamente tra le pieghe di tessuti preziosi. Semplicemente i cinque toscani (Andrea Alulli, Luca Taverni, Gionni Dall’Orto e Maurizio Sammicheli affiancano il carismatico singer fornendogli un tappeto sonoro rigoglioso ed iridescente) mescolano ingredienti diversi, sperimentando ed azzardando, come appunto si faceva a fine sessanta/inizi settanta, prima che il tutto si riducesse in farsa e che il punk riportasse tutto allo zero. Facendo seguire alla litania accorata di “Silence” una “Kilie Meenog” che trasforma il puro divertissement in una canzone fatta e compiuta. Certo, al termine dell’ascolto si può uscir sfiancati, la sfida non è di poco conto e non ci si può rilassare, il palco è scivoloso e il rischio ruzzolone è sempre presente. Altri vi si sono già cimentati? Certo, non si inventa ormai nulla, ma la sfrontatezza esasperata dei THoM garantisce per loro, in questi anni ci vuole coraggio, anche a costo di apparir folli. Ma la pazzia alimenta la creatività e distribuisce stimoli a buon mercato, ovvero preferite affogare la vostra esistenza nell’accidia?

Per informazioni: http://www.facebook.com/TheHalfOfMaryTHOM
Web: http://www.thehalfofmary.net
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