Albireon: L’inverno e l’aquilone

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L’inverno dalle mie parti porta(va) il vento. Taglia trasversale la pianura, calando repente dai monti, reca con sé il freddo, quello vero, piega le punte dei pini e scardina le siepi, romba tra le case, la notte, sibilando la sua ira nei confronti dell’uomo che tenta di frapporre ostacoli al suo cammino arcaico, perché lo percorre da quando la Terra è nata, o forse prima, chissà, così mi piace immaginarlo. Un tempo nevicava, al cadere del vento, quasi che la Natura intendesse concedere una tregua, prima dell’arrivo della Primavera: distendeva un manto bianco immacolato, e scendeva il silenzio. Un tempo… Ora sui campi cala la nebbia silente, ovatta che bagna tutto d’un velo d’umidore penetrante, che attutisce i romori, che viene trafitta dai fari delle automobili che seguono la striscia d’asfalto luccicante per non smarrirsi nel nulla. Dov’è finito il vento? Perché non scende più dai monti? Che direbbe nonno Puti (vi ricordate di lui, cari Lettori, lo citai nelle mie dissertazioni a commento di “Le fiabe dei ragni funamboli”), se fosse ancora qui, a parlarmi col suo tono pacato di un’età trascorsa per sempre, a fissare la campagna delimitata dai gelsi spogli coi suoi occhi di vecchio saggio friulano? Rimpiangerebbe il vento, ne sono certo, anche se, forse, quand’era piccolo lo malediceva, essendo il mantello cucitogli con mani amorevoli dalla mamma troppo leggero per contenere la sua forza antica. Ascolti L’inverno e l’aquilone e ti si serra lo stomaco, per la sua capacità di riportare alla luce gioie intime che la nostra memoria cela con cura in qualche anfratto dello spirito, gelosa custode di un Valore che la contemporaneità stenta a riconoscere. Raccoglie attorno a sé un manipolo di amici, c’è Gianni Pedretti (Colloquio) nell’austera versione “hide and seek” di “Imbrunire”, c’è la voce di Maria Cristina Anzola (The Bel Am, divise con Davide The Blue Project dell’etereo “Adrift”, me lo sto riascoltando, che bello!), c’è il sostegno di Carlo Baja Guarienti e di Stefano Romagnoli, i quali accompagnano Davide coi loro strumenti ed effetti. Impressiona la forza interiore che anima episodi solo apparentemente fragili, ali di uccello (od aquiloni…) in balia delle correnti, che infine domano rendendole amiche e complici nel volo leggero che le porta ad altezze siderali che solo un animo puro può raggiungere. E c’è “The stolen child”… “Al mondo ci sono più lacrime di quanto tu possa capire”… William Butler Yeats, se non avete letto nulla di lui iniziate da qui, la compose nel 1886. Sì, piangerete, ma è giusto che sia così, pei colori che evocano il sentimento profondo d’una Natura che ci offre i suoi doni senza pretender d’essere ricambiata… E gli aironi dall’ala robusta e dal volo elegante (omaggiati dal motivo omonimo, quarto della scaletta), dove vorranno andare, quale direzione indicano i loro becchi finissimi, i loro corpi affusolati che scivolano via nel cielo grigioazzurro? Ballate per un crepuscolo che porta riposo dopo una giornata di fatiche, di corse ad inseguire il Tempo che fugge, coll’occhio all’orologio, giudice dell’era moderna. Fermarsi a condividere con gli amici quei pochi istanti dei quali possiamo ancora impossessarci, raccoglierci e contarci come facevano i nostri nonni. E ridere e scherzare, un tozzo di pane ed una scaglia di formaggio, un bicchiere di vino, quello buono che la vigna lì dietro ci ha regalato, e lasciarci inebriare dai profumi che spandono tutt’attorno. “The black harbour” (di dove si salpa per Bisanzio?) e “Beslan 2004” (l’abbiamo dimenticata, quella mattanza di innocenti? La cronaca incalza, ogni giorno pretende il suo obolo di dolore e di sdegno, ormai esercizio al quale non facciamo più caso, anestetizzati da quanto accade, tanto sono sempre gli altri a piangere per i loro morti, no?), valgono solo i titoli per indurci a soffermare la nostra attenzione su cosa rappresentano, il primo nell’immaginario, il secondo in tutta la sua cruda verità. L’aquilone può volare anche in Inverno, non sarà un soffio caldo a sospingerlo, bensì quello gelido che ha sfiorato ghiacciai e superato di slancio cime dai nomi importanti, ma egualmente librerà tutta la sua fragile grazia. L’Inverno non è più così lungo, non ci fa più paura, appare disarmato dinanzi ai palazzi di cemento, riscaldati e sicuri. Ma non per tutti è così, una tenda piantata nella mota resiste alle sue raffiche irose, nell’immensità del deserto gelato, se perderà la sua sfida contro le folate volerà alta, come un aquilone…

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