“The Hateful Eight” di Quentin Tarantino: quattro chiacchiere fra amici…

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Accostarsi a The Hateful Eight richiede un bel coraggio, lo stesso che occorre per parlare di arte classica o comunque di opere destinate a rimanere nella memoria. L’ottava pellicola di Quentin Tarantino è infatti, a mio avviso, un indiscutibile capolavoro, che lascerà il segno non soltanto nella sua filmografia ma nella storia del cinema in assoluto. Ma come fare a spiegarne il motivo?

The Hateful Eight si riallaccia al precedente Django Unchained sia per la tematica che per la scelta di genere: della passione del regista per lo ‘spaghetti western’ si è detto ovunque e lui stesso non ha mai fatto mistero delle sue fonti di ispirazione.  Quanto al contenuto dell’opera, esso è ad alto ‘tasso’ di critica socio-politica e affronta ancora una volta la questione del razzismo in modo feroce ed amaro, senza nascondere i riferimenti all’America di oggi, che Tarantino considera, con ogni evidenza, tuttora avvelenata da questa piaga, nonostante le lotte del passato ed i secoli di storia trascorsi. Oltre al razzismo, il giudizio negativo riguarda la violenza, l’ambiguità e la falsità dei rapporti umani: tutto questo è da lui collocato nel contesto del western – un genere che si presta bene alla ‘giocosità’ quanto al dramma  –  senza che l’asprezza del biasimo sia in alcun modo diminuita o che lo spettatore venga distolto dalla riflessione per le scene di azione, che pure non mancano.  The Hateful Eight è legato anche a Bastardi senza gloria che approfondiva un momento storico e ne forniva una rilettura personale di tutto rispetto; vi si riconosce un collegamento con Le iene e Pulp Fiction e, in effetti,  anche con Grindhouse, poiché segna un ritorno al ‘gore’ non solo come mero divertimento, nonostante momenti divertenti ce ne siano a iosa: in sostanza, nella pellicola sono presenti le caratteristiche migliori del cinema di Tarantino a ancora di più, in quanto queste sono sfruttate e sviluppate con una cura ed una perfezione quali, forse, egli non ci aveva mai mostrato fino ad oggi.

La vicenda è ambientata insolitamente in un gelido paesaggio invernale: i personaggi fanno la loro apparizione alla ‘spicciolata’sulle montagne innevate del Wyoming e gradualmente il pubblico viene informato sul filo che li unisce; la storia, del resto, è suddivisa in sei capitoli in base ad un geniale criterio che combina presente e passato in modo da tenere desta l’attenzione per una durata che risulterebbe eccessiva in qualunque altro film. Nuovo per il regista anche il disegno ampio ed  attento delle varie figure: gli ‘odiosi’ otto hanno, in effetti, uno spessore tutto particolare – mai a sufficienza si potranno lodare le interpretazioni di Samuel L. Jackson e Jennifer Jason Leigh, ma anche gli altri attori, molti dei quali da tempo nella ‘scuderia’ di Tarantino, danno il meglio – tanto che l’interesse nei loro confronti non si allenta mai. In certi passaggi la loro azione diviene ‘corale’, altrove prevalgono invece la competizione e lo scontro, sicché l’ambiente chiuso in cui si svolge la maggior parte della vicenda – il famigerato emporio di Minnie! – appare come la più vivace ed attiva delle ‘arene’ e non vi sono cambi di location, tranne che per gli spostamenti fra l’interno del locale e la latrina posta a pochi metri di distanza nella neve. In linea con il gusto ‘dialettico’ del regista, le discussioni sono ricchissime e centrali: mai in un western si sono visti protagonisti così loquaci e rapidi nell’argomentare, tanto quanto lo sono nello sparare. Inoltre, mai in un western è stato suscitato un tale coinvolgimento senza che vi siano degli eroi in lotta contro nemici: i personaggi del film sono gli ‘odiosi’ otto e, nella democrazia ‘tarantiniana’, nessuno di loro vince; è persino difficile indicare chi sia il più simpatico o il più giusto. Naturalmente ognuno è spinto all’azione da motivazioni proprie, ma la verità non appartiene ad alcuno: essi, in fondo, trovano il loro compiuto significato in quel contesto di dipendenze che risulta assai difficile illustrare, tanto è magica l’alchimia che si crea. Così, nel molteplice gioco di sincerità e finzione, nella difficoltà di combinare crudeltà e sofferenza, nell’odio e il desiderio di vendetta sempre presenti in ciascuno si consuma il senso di quell’incontro fatale per l’intero gruppo ed alla fine, quando la tensione, dopo essere giunta all’apice, cala di colpo, il silenzio sopraggiunto sorprende noi spettatori svuotati di ogni sentimento tranne uno: l’ammirazione per Quentin Tarantino e la sua inimitabile classe. Ma quanto è complicato raccontarla…

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