“The Danish Girl” di Tom Hooper: la ricerca dell’armonia

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The Danish Girl di Tom Hooper è la classica pellicola destinata a suscitare parecchio dibattito, in un momento in cui la discussione sul delicato tema delle unioni civili nel nostro paese è così accesa. La vicenda del pittore danese Einar Wegener, in verità, con le unioni civili ha un’attinenza solo indiretta, ma, poichè uno degli interpreti – la brava Alicia Vikander – ha appena vinto l’Oscar come migliore attrice non protagonista nel ruolo della moglie di Wegener e le immagini della star del film, Eddie Redmayne, in abiti femminili, hanno stupito tutti per la verosimiglianza ed il fascino ambiguo, i motivi di interesse non mancano in ogni caso. Il regista Tom Hooper, non nuovo ai premi Oscar, ha confezionato, per altro, un prodotto tale da meritare necessariamente qualcuna delle ambite statuette e, così, è andata come forse era giusto che andasse, visto che la recitazione della Vikander era praticamente impeccabile, misurata e, al tempo stesso profondamente sofferta: in sostanza la sua prestazione e quella di Eddie Redmayne, che ha svolto il ruolo del personaggio principale, hanno rappresentato il maggior valore dell’opera ed hanno contribuito non poco a definirne il senso.

Come si sa, la figura di Wegener è cara al movimento transgender in quanto la prima, di cui si sia a conoscenza, che abbia affrontato con coraggio la scelta di cambiare sesso per sentirsi a suo agio con il proprio corpo e che abbia pagato tale scelta con la vita. Nel 2000 usciva il romanzo dell’americano David Ebershoff ispirato alla vicenda del pittore e su questo si è basato Hooper per il suo film, dopo che al progetto avevano messo mano in diversi senza venirne, in effetti, a capo: la storia del personaggio poteva essere raccontata in svariati modi trasmettendo, a seconda della prospettiva, messaggi contrastanti. Il regista è stato abile a realizzare un’opera che, di certo, ha potuto mettere un po’ tutti d’accordo: ‘politically correct’ nei contenuti, di fattura lineare ma ricca di momenti patetici che sanno provocare coinvolgimento e commozione, The Danish Girl narra nel modo più ‘forbito’ possibile quello che altri direttori di nostra conoscenza avrebbero trasformato in un polpettone erotico, incentrando il discorso sul tema dell’identità sessuale e sulla necessità di un equilibrio armonioso fra il corpo e lo spirito. A causa di questa scelta stilistica, l’atteggiamento del regista verso il protagonista e la sua vicenda è improntato ad una sorta di neutralità e ad un certo conseguente distacco che, comunque, non impedisce la comprensione del dramma umano sperimentato da Wegener/Lili e, soprattutto, dalla moglie di lui, per la quale la presa di coscienza del marito significò la distruzione di una vita matrimoniale creduta felice fino a quel momento. Redmayne e Vikander, ciascuno con le proprie modalità, sono la vera anima del film: lui, affascinante negli abiti femminili che indossa senza ombra di goffaggine, doloroso nel graduale riconoscimento delle particolari inclinazioni e dei desideri che ne derivano, commovente quando intravede la via d’uscita da una situazione che è rapidamente diventata una gabbia; lei, toccante nel suo infinito attaccamento ad una persona che non potrà mai più ricambiarla nello stesso modo, grande nella sua accettazione incondizionata della realtà in cui, suo malgrado, si trova a muoversi. Entrambi, magari, avrebbero meritato il premio che poi solo la giovane attrice ha potuto aggiudicarsi: forse la sobrietà che caratterizza la recitazione di quest’ultima, paradossalmente, risulta più patetica e più adatta a rendere quella sofferenza assoluta che in Einar/Lili assume inevitabilmente una connotazione un po’ egoistica, essendo per lui prioritaria la ricerca della verità su se stesso rispetto al disorientamento di chi lo ama. La tragica storia della loro relazione desta, più che emozione, compassione profonda e non si può fare a meno di seguire con trepidazione il graduale approssimarsi dell’apice del dramma che si comincia ad intravedere già da metà film e si accoglie quindi alla fine senza alcuna sorpresa. L’ultimo, astuto tocco al triste quanto atteso epilogo è il momento di facile ‘retorica’ che il regista concede a se stesso e a noi, lasciando che, sullo sfondo del bellissimo paesaggio nordico, il vento ‘rubi’ dal collo di Gerda la sciarpa appartenuta a Lili e la faccia volare alta nel cielo, a simboleggiare la libertà che l’infelice eroina ha ormai raggiunto: le lacrime del pubblico sono garantite!

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