“Weekend” di Andrew Haigh: breve ma intenso…

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Weekend è il secondo lungometraggio del regista Andrew Haigh, girato nel 2011 a Nottingham con un budget inferiore alle 120.000 sterline ed in soli diciassette giorni. Nonostante i giudizi positivi ricevuti un po’ ovunque, il film esce nei nostri cinema soltanto quest’anno, sulla scia del meritato successo riscosso dalla pellicola del 2015 45 anni, che ha attirato sul giovane regista inglese, da sempre rappresentante della ‘causa’ gay, l’attenzione del grande pubblico. Molto, purtroppo, ha pesato sulla problematica distribuzione di Weekend l’‘anatema’ lanciato dalla CEI che l’ha definito ‘scabroso’ ed ‘immorale’: dobbiamo infine ritenerci fortunati se, a distanza di oltre quattro anni, abbiamo potuto godere della visione, in lingua originale con i sottotitoli,  di questo piccolo, delicato lavoro colpevole, stando alla severa valutazione dei vescovi, di narrare una semplice storia d’amore fra due giovani uomini.

I protagonisti Glen e Russell si incontrano casualmente in un locale: sembrerebbe un contatto fuggevole, una conoscenza ‘usa e getta’ a puro scopo sessuale, ma le implicazioni dopo la nottata di passione sono bellissime e inimmaginabili. Glen fa delle domande e propone di incidere le risposte di Russell su un piccolo registratore: è soltanto un espediente, ma i due sperimentano imprevedibilmente quella che è la sostanza della relazione amorosa: l’unione fisica e il raccontarsi, parlare di sé. I loro dialoghi, intervallati dai gesti della quotidianità e dal regolare fluire della vita, sono quanto di più spontaneo ed intimo si sia mai trovato nel cinema. Sono due ragazzi con una storia non facile, con un passato che li ha segnati e con una situazione che devono ancora imparare a dominare completamente; neanche sanno, in quel momento, quanto dolore costerà loro la maturità e se, alla fine del loro percorso, troveranno l’armonia. La loro conversazione prosegue oltre le poche ore notturne per un paio di giorni – più o meno lo spazio di un weekend! – e nulla lascia sperare che il loro incontro avrà un seguito positivo, visto che Glen, per esempio, ha già operato una scelta che lo porterà lontano dal mondo in cui ha vissuto, alla ricerca di prospettive migliori, ma troppo distante da questa persona appena conosciuta che tuttavia lo comprende più di ogni altra.

Inutile scendere nei dettagli della storia, chiunque di noi, se è stato fortunato, potrebbe averne avuta una simile e poco importa se i protagonisti siano stati etero o omosessuali. La morale ultima del film di Haigh forse è proprio questa: dimostrare che l’amore, quando è autentico e sincero, supera realmente tutti i confini posti dalla società o dalle convenzioni e realizza una totale comunione, indefinibile nella sua unicità, posta a un livello più alto di quello che, evidentemente, può essere alla portata della nostra conferenza episcopale. La sensazione che suscitano i due ragazzi nel loro interagire affettuoso e gentile è quella di una genuinità semplice, di un abbandono sorprendente ed appagante. I due interpreti, Tom Cullen e Chris New, si calano con grande abilità e senza alcun imbarazzo nel ruolo dei due giovani amanti, evidenziandone le caratteristiche e le differenze derivate dalla peculiarità del loro vissuto: la timidezza sofferta di Russell a fronte della disinvoltura e la vivacità di Glen. Se per qualche verso la vicenda ricorda quella narrata da Kechiche in La vita di Adele, quest’ultima rappresenta però un contesto assai più ‘dinamico’, incentrata com’è sulla scoperta di se stessi e di una nuova sessualità: Adele comprende la propria omosessualità incontrando Emma; in Weekend, invece, il tema non è la presa di coscienza bensì la nascita e la manifestazione di un sentimento intenso che, nonostante non conduca ad un happy end, cambia l’esistenza in modo irreversibile. Diversamente da quanto accade in 45 anni, la pellicola più recente di Haigh, in cui una relazione apparentemente impeccabile che dura da moltissimo tempo svela un’insospettata fragilità, qui un fugace contatto scevro da ogni impegno diviene una delicata parabola romantica che ci fa ‘reinnamorare’ dell’amore. Un risultato decisamente importante per un film indipendente, girato con pochissimi mezzi, che, tra l’altro, abbiamo rischiato di non vedere mai. Sarebbe stato un vero peccato…

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