Pop. 1280: Paradise

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Terzo album per la band americana Pop. 1280 che, dopo essersi fatti notare con l’ardore hardcore/noise di Imps of Perversion, mostrano con Paradise un cambio di rotta imprevisto che li rende però ancora più intriganti. L’impostazione attuale della musica dei Pop. 1280 sembra essersi stabilita su un’elettronica molto inquieta, aggressiva e ricca di rumorismi, con atmosfere da angoscia metropolitana che si rispecchiano anche nei testi dei pezzi, intrisi di pessimismo circa il futuro dell’umanità. Il fatto che i risultati di questa evoluzione siano così positivi, dimostra probabilmente che il quartetto newyorkese sa muoversi con disinvoltura e sicurezza, alla ricerca di soluzioni diverse e personali che decisamente distinguono il loro sound dalla massa. Il disco contiene nove tracce: tutte possono essere definite interessanti, alcune addirittura entusiasmanti. Ma vediamo: l’opener “Pyramids On Mars” con le pesanti note ‘sintetiche’, l’incedere lento e il canto sofferente suscita immediatamente inquietudine e turbamento, che la seguente “Phantom Freighter”, ben ‘satura’ di echi industrial, di certo non contribuisce a far dileguare. Le stesse influenze si riscontrano, del resto, nella ‘tempestosa’ ed ossessiva “In Silico”, in cui anche la ritmica diviene frenetica ed ‘ansiogena’ e le tonalità ‘selvagge’ della voce di Chris Bug si fanno decisamente notare: consideriamo che la ‘danza’ va avanti per oltre sette minuti… alla fine c’è da sentirsi comprensibilmente confusi! In “Chromidia” troviamo sonorità incalzanti e con derive vagamente tribali e “USS ISS” abbina le ‘radici’ punk ad uno scenario opprimente e sinistro; dopo quanto ascoltato fin qui, inevitabile la sorpresa suscitata dalla title track, un momento ambient pacatamente spettrale dal finale ‘sospeso’, e la successiva “Rain Song”, ‘tossica’ combinazione di ‘nervosi’ rumorismi e canto stile ‘nenia allucinante’: non tutti hanno gradito la variazione che ‘allenta’ un po’ il cupo impeto presente un po’ ovunque. In ogni caso, le ultime due, The Last Undertaker” e “Kingdom Come”, rientrano nei canoni che definiscono il disco, suoni elettronici pesanti  e paesaggi cupi e minacciosi. Personalmente ho apprezzato le novità introdotte da Paradise: sarà interessante vedere che accoglienza riceveranno.

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