“Al di là delle montagne” di Jia Zhangke: non di solo dollaro vive l’uomo…

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Mountains may depart, curiosamente tradotto in italiano, in modo un po’ inesatto, come Al di là delle montagne è l’ultima pellicola del regista cinese Jia Zhangke, con la quale – così si spera –  la sua fama varcherà definitivamente i confini asiatici. Poca diffusione, infatti, hanno avuto finora in occidente i lavori di questo cineasta appoggiato dal governo e apprezzato da un artista come Takeshi Kitano, nonostante abbia collezionato una serie di riconoscimenti, fra i quali il Leone d’oro al Festival di Venezia nel 2006 con Still Life.

Chi si sia imbattuto nelle opere precedenti sa che uno dei temi fondamentali del suo cinema, praticamente sempre presente, è il cambiamento che, ormai da anni, il suo paese sta vivendo in moltissimi aspetti della società, con il ribaltamento dei valori che avevano caratterizzato la Cina rurale. In Mountains may depart il leit-motiv sociale si ‘sposa’ con la storia, nel corso del tempo, di alcuni personaggi, simultaneamente emblemi e vittime di questo complicato processo ma anche figure umane, dominate da sentimenti ed emozioni ai quali pagano il loro tributo di sofferenza. Si può dunque comprendere quanto il film appaia impegnativo e ricco di contenuti e vada seguito e ‘penetrato’ con la massima partecipazione.

Ambientato nel paesino di Fenyang, suo luogo di nascita, la vicenda narrata da Jia Zhangke è imperniata su una protagonista femminile, Tao, interpretata dalla moglie, la bella ed espressiva Zhao Tao. La pellicola ripercorre una lunga porzione della vita della donna ed è suddiviso in tre segmenti distinti che, comunque, si susseguono temporalmente a partire dal 1999, includendo nel racconto i personaggi man mano che si presentano. Tao si trova a vivere in un’epoca carica di novità, a cavallo del salto di secolo, e i fermenti si ‘annusano’ nell’aria: lei stessa, al centro di una serie di situazioni in palese contrasto fra loro, in campo sentimentale finisce con lo scegliere la prospettiva più ‘dinamica’ e moderna, preferendo unirsi allo spregiudicato Zhang, fautore del progresso, piuttosto che al fedele Lianzi, che non le offre ricchezza ed emancipazione bensì la sicurezza di un sentimento consolidato nel tempo. La decisione provoca risentimento e dolore: le sue conseguenze si ripercuoteranno su tutti gli eventi successivi di cui si viene a conoscenza nei due capitoli seguenti. Il primo è dedicato principalmente alla tragedia familiare: il matrimonio di Zhang e Tao non è stato duraturo, il bambino nato dalla coppia, chiamato Dollar a testimoniare la fede in nuovi, differenti ideali, vive con il padre e la sua nuova compagna e i contatti con la madre, nonostante gli sforzi di lei per mantenere vivo nel piccolo il ricordo della famiglia e della terra di origine, diventano assai complicati; Lianzi, in un altro luogo, ha sperimentato molte difficoltà e torna al paese con moglie e un figlio appena nato, ma purtroppo è gravemente malato. Queste drammatiche premesse trovano infine compimento nella terza parte collocata, stranamente, nell’anno 2025, anche se si tratta di un futuro per niente diverso dall’epoca in cui viviamo: Dollar, ormai diciottenne, si è stabilito in Australia con Zhang ma ha perso completamente le proprie radici né ha notizie di sua madre; non parlando il cinese, fra l’altro, non sa comunicare con il padre che, malgrado le velleità di modernizzazione, non ha potuto imparare l’inglese. Questa situazione squilibrata ha impedito al ragazzo una crescita armonica e lo spinge, ora, verso scelte personali avventate che dovrà risolvere in solitudine.

Che conclusioni trarre da tale esemplare vicenda? Per quanto il regista non superi mai i limiti posti dall’obiettività, il messaggio che arriva è forte e chiaro e, di certo, non è a favore della cosiddetta ‘globalizzazione’: gli effetti che essa produce sulle culture come quella della Cina della tradizione – anticipati dalle frivole note di “Go West” dei Pet Shop Boys che, ironicamente, aprono e chiudono la pellicola – appaiono deleteri e il processo che, nel nostro mondo occidentale, si è verificato prima ed è ormai ‘digerito’, mostra tutta la sua forza distruttiva. La grandezza di Mountains may depart, comunque, non è soltanto dovuta alla limpida e coerente presa di posizione ideologica, ma alla maestria con cui, alla luce dei rivolgimenti sociali descritti, i caratteri dei personaggi sono tratteggiati, alla delicatezza con cui vengono raccontati sofferenza e decadimento e si allude al fallimento della loro esistenza. Il film è pervaso da una malinconia profonda e senza rimedio e le sue anime tormentate non trovano rifugio neanche nell’ambito degli affetti più cari: A.A.A. Cercasi brandello di speranza…

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