Blackwood: As the world rots away

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Ci voleva Eraldo Bernocchi per offrire ad una sezione della musica sotterranea che negli ultimi anni ha beneficiato di una significativa e per certi versi inspiegabile esposizione (mi riferisco al doom) la chance di una chiave di lettura innovativa che potrebbe innestare una spinta evolutiva che lo porti, almeno per una corrente di esso, fuori dalle perigliose secche d’ispirazione nelle quali s’è arenato. Certo che il c.v. del nostro gli consente di operare ad un livello per altri impensabile, e che il termine utilizzato per catalogare As the world rots away (ma ammetto che è operazione maldestra la mia, qui si va ben oltre) è improprio. E che proprio nell’ultima traccia (almeno della track-list ufficiale) trova il supporto di un’ambient claustrofobica, ispessa come la cappa che sovrasta le metropoli morenti della nostra presunta civiltà, soffocate dal sovrappopolamento, dall’inquinamento, dall’ottusità di chi le governa e che non sa né vuole affrontare il decadimento, perché non possiede né visione né tantomeno coraggio. “Unrecoverable mistakes”, cosa sono questi errori, perché poi irrecuperabili? A cosa si riferisce il titolo? L’immaginazione aiuta, ma attenti, perché il confine colla realtà è lì, da un nulla separato dalla fantasia più perversa. Ogni episodio incede lento, solenne, le voci, quando presenti, sono distanti, aliene (Bernocchi ricorre a campioni, non v’è canto o recitato al naturale), la trama viene destrutturata a favore di un suono primitivo, scarnificato in rimbombi che provengono dagli abissi, che ingenerano un orrore cosmico, totalizzante, annichilente. Versi inumani, emessi da creature estinte da millenni e riportate ad una vita artificiale da riti celebrati negli anfratti più reconditi di continenti alla deriva, risucchiati da una forza enorme, incalcolabile, la stessa che infine s’imporrà lasciando dietro di sé solo morte e distruzione. E’ il declino della fabbrica, assurta ora al ruolo di cattedrale ove si officerà la liturgia funebre definitiva, miseri resti tumulati in loculi scavati nel fango misto a sangue, in una terra resa infeconda dalle piogge acide. Il suono si leva colossale, stordente, piega le schiene ricoperte di pustole degli officianti e dei seguaci inebetiti di un culto idiota perché tali sono le divinità alle quali si offre. Ossa e polvere, che il vento radioattivo spazzerà via, il fuoco eterno di fucine alimentate da carcasse rinsecchite da un sole lontano, ma ancora dotato d’immane potenza, erette da demoni immondi che capeggiano con inusitata crudeltà torme di schiavi ottusi, le fiamme che ardono e si levano come lingue di peccatori costretti ad espiare colpe non loro. “Putridarium” è l’episodio centrale di As the world rots away, offrendo una varietà di motivi che da soli potrebbero ispirare intiere opere, “Vulture” ad un primo approccio appare più aderente alla tradizione del genere, con un fraseggio di chitarra insistente su trame che via via s’addensano, riprendendo poi motivi già sviluppati in precedenza, “Breaking God’ spine” assolve al ruolo di opener spalancando davanti a noi i rugginosi cancelli della follia e della decadenza, “Sodom” è la più concisa, poco più di cinque minuti, ed è quella che recide il cordone ombelicale che lega As the world rots away al doom, “Santissima Muerte” è la ricerca di una verità che mai ci verrà rivelata, a nulla varranno le invocazioni che si distinguono appena, soffocate da un magma sonoro annichilente. La ghost track ribadisce la portata di questo disco, dimostrazione eccellente di un’applicazione mirata a rinnovare il doom utilizzando materiali conosciuti in dosaggi ed in impasti inediti, senza adulterare il risultato finale. Dal vivo Bernocchi s’avvarrà della presenza di Jacopo Pierazzuoli, percussionista jazz già all’opera con Obake e MoRkObot, sarebbe interessante assistere ad una esibizione di Blackwood, anche se temo che rimarrà vana speranza. Grafica spartana ed aderente perfettamente ai contenuti di As the world rots away, curata da Petulia Mattioli. (P.S.: mi piace immaginare che il nick scelto per questo progetto intenda omaggiare Algernon Henry Blackwood, chissà…).

Per informazioni: http://www.subsoundrecords.it
Web: http://www.deepintotheblackwood.com
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