Temple Of Dust: Capricorn

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Polvere mista a cenere vulcanica spazzata via dalla superficie rovente da un vento che spira incessante, un sole morente per il quale si recita il requiem, quando altri in suo stesso onore levarono un blues, che poi segnò la strada obbligata che le carovane in viaggio verso la terra promessa del nuovo hard rock dovevano percorrere, Capricorn dei monzesi Temple of Dust si dimostra opera matura e ben congegnata, forte di una serie di ottime canzoni che, partendo dal lascito che le glorie di fine anni sessanta/inizio settanta hanno voluto trasmettere alle generazioni future, dopo aver annichilito con il loro sound greve la stanca genìa degli hippy consapevoli di trovarsi di fronte all’auto-estinzione, termina la sua analisi andando a rileggere i testi più recenti rilasciati da Goatsnake e da quella serie di (ottimi) complessi che non temono il confronto col passato, ma nemmeno lo sfidano, coscienti che sarebbe operazione scellerata. Sì, queste otto tracce tonanti (se si esclude l’enigmatica e malata “Szandor” e la breve strumentale “White owl”), inaugurano con la title-track un viaggio lisergico negli abissi d’una anima tormentata da qualcosa che non si riesce a definire, ma che potrebbe avere una portata letale. Nel breve volgere di tre anni, e con due EP all’attivo (“Capricorn” e “Requiem for the sun”, condensati nel presente pubblicato solo in vinile), Bengala/Diniz/Gagliardi si dimostrano pronti a divulgare il loro verbo sonoro fatto di cadenzati possenti e di cavalcate furiose in fuga una notte (della ragione) che pare non voler finire mai. I due episodi che ho citato sono i cardini sui quali il disco poggia, quelli ove la vena compositiva e la verve esecutiva del trio paiono più a fuoco, ma il livello si mantiene omogeneo, come dimostrato da una “Thunder blues” esplicita fin dal titolo, dalla monolitica “Goliath”, dalla disturbata “Lady Brown” e dalla finale e già citata “White owl”, la quale dichiara una certa inclinazione ad una melodia sempre e comunque obliqua. Il suono del deserto rimbalza fra le dune e bizzarre formazioni rocciose, modellate da eoni di catastrofi e dal continuo soffiare di raffiche dalla forza inusitata. E’ il blues del deserto…

Per informazioni: http://www.facebook.com/phono.sphera
Web: http://www.facebook.com/TempleOfDust
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