Julieta_Poster_ItaliaAlmodóvar ci regala, con Julieta, un’altra opera magistrale, da accogliere con amore e gratitudine, malgrado la malinconia ed il senso di vuoto con i quali si torna a casa dopo la visione. Perchè questo film racchiude in sè tutte le caratteristiche di una tragedia, come la conosciamo dalla tradizione classica, ma spogliata di ogni retorica e anche delle sfumature grottesche che sono proprie di tanta della produzione del grande regista. Julieta sintetizza in pochi, nudi tratti la forza di un dolore che non può essere risolto nè sedato, che abita l’anima senza lasciarla mai e, guarda caso, è ancora una volta una donna a ‘contenerlo’ e a gestirlo con la sincerità e la determinazione che così spesso abbiamo trovato nelle sue splendide figure femminili: la protagonista, che dà il nome alla pellicola, viene raccontata nel corso del tempo e dunque in differenti età ed è qui interpretata da due attrici diverse che ne descrivono le caratteristiche nella giovinezza e nella maturità, costruendo quel ritratto ‘a tutto tondo’ che ad Almodóvar  riesce sempre così bene. Julieta da giovane è solare e fiduciosa, passionale per amore della vita, protesa verso un futuro che, forse, le sorride; inattesa le ‘piomba’ addosso l’esperienza della morte, accompagnata dal suo ‘condimento’ peggiore, il senso di colpa e per contrastarne la durezza, non le rimane altro che ricorrere al proprio istinto dando sfogo ai suoi ‘appetiti’ giovanili con Xoan, incontrato per caso ma nel modo più ‘opportuno’. Il destino, purtrppo, è in agguato e la presunta felicità ha la durata di un battito di ciglia: l’amore, una volta sperimentato fino in fondo, non fa in tempo a trasformarsi in stabilità e si dilegua fra le onde dei rimpianti, non senza, tuttavia, lasciare alla protagonista una solida testimonianza della sua forza: Antìa, nata dalla loro unione, e altro ‘polo’ di questo dramma in salsa almodovariana. Seguiamo Julieta nel suo essere figlia – uno ‘stato’ doloroso, dal momento che la madre, malata di Alzheimer, non è più un punto di riferimento ma soltanto un tenero legame, e il padre intreccia una relazione a lei non gradita con una donna molto giovane – e poi nel suo essere parte di una coppia, con tutte le difficoltà connesse al temperamento ‘disinvolto’ di Xoan: scomparso lui, il personaggio perviene allo ‘status’ di madre quasi senza saperlo ben padroneggiare. Tutta la sofferenza vissuta ha fiaccato sensibilmente il suo spirito, una perdita durissima e improvvisa non ha permesso di chiarire, portandole alla luce, alcune situazioni che andavano ‘gonfiando’ sotto l’apparente serenità quotidiana e mancano gli strumenti per affrontare un nuovo inizio: la piccola Antìa deve fare da madre… a sua madre. Così, mentre Julieta va consumando la giovinezza fra i suoi fantasmi e trapassa – in una scena degna del più grande cinema! – alla non troppo benvenuta maturità, l’esistenza di sua figlia prosegue in una direzione che a lei sfugge e le conseguenze di questo mancato contatto si palesano quando ormai è troppo tardi.

Molti aspetti della vita della Julieta già avanti negli anni ci sono noti fin da subito: il regista sviluppa brillantemente la vicenda mediante salti temporali senza mai cadere nelle incongruenze. Di lei sappiamo che ha un compagno e che nessun figlio è nel loro ordinato e modernissimo appartamento; la relazione con lui è solida, tanto che la coppia è in procinto di abbandonare Madrid per una nuova esperienza in Portogallo, ma un’esistenza che sembra la più resistente delle costruzioni si sgretola in un attimo allorchè il passato, in modo del tutto accidentale, bussa ancora una volta alla porta. La maggior parte della storia nasce così dalla penna di Julieta che ne scrive, raccontandola, ad Antìa lontana. “La tua assenza riempie totalmente la mia vita e la distrugge”, dice a un certo punto la madre alla figlia e questa, più che una verità, è l’idea centrale su cui si basa l’intero film: la mancanza di qualcuno, soprattutto se non ha una giustificazione, somiglia non tanto ad un vuoto ma ad una malattia dilagante che consuma le energie personali e non trova guarigione. La versione almodovariana dei testi di Alice Munro  “Fatalità”, “Fra poco” e “Silenzio”, cui la sceneggiatura è ispirata, sembra appartenere completamente al regista e non tanto alla celebre scrittrice, rappresentandone un’evoluzione in senso artistico e un ulteriore progresso nella comprensione dell’anima umana.

Julieta non sarebbe però il capolavoro che è se, a sorreggere la meravigliosa struttura concepita da Almodóvar, non ci fosse la stupenda interpretazione delle sue attrici, Adriana Ugarte ed Emma Suárez, rispettivamente la protagonista da giovane e da anziana. Pur non essendo fisicamente molto somiglianti, le due sono insuperabili nell’incarnare i lati differenti del carattere di Julieta descrivendone il progresso ed armonizzandoli in una figura complessa e affascinante, che il dolore plasma fino alla conquista di una inedita coscienza di sè. Per altro, anche il resto del cast prende parte alla vicenda nel più brillante dei modi: valga citare Rossy Di Palma, un’interprete già spesso scelta dal regista, che, con il suo viso così insolito, sa rappresentare con grandissima incisività un inquietante personaggio, l’unico un po’ da ‘thriller’ di tutto il film. E’ stato osservato come Almodóvar sappia trarre davvero il meglio dai suoi attori, in particolare quando si tratta di ruoli femminili: Julieta lo dimostra ancora una volta, definitivamente.