Into Coffin: Into a pyramid of doom

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Fondati nel 2015 da due ragazzi italiani (entrambi ex-Infuria) in quel di Marburg (Assia, donde proveniva il soldato senza testa de “La leggenda della valle addormentata” di Washington Irving e de “Il mistero di Sleepy Hollow”), gli Into Coffin hanno recentemente dato alle stampe la cassetta Into a pyramid of doom per l’americana Caligari Records, oggetto di pronta ristampa su cd per l’attiva Terror From Hell Records, il roster della quale conta nomi assai interessanti, alcuni dei quali già sottoposti alla vostra attenzione. Il disco conta quattro estese litanie introdotte dall’atmosferica “The entrance”, la quale farebbe intendere di trovarci dinanzi ad un lavoro incentrato su sonorità spaziali, e titoli (grandiosi) come “Stargate path” e “The deep passage for the infinity of the cosmos” lo confermano, almeno per quanto riguarda l’apparato lirico. Gli Into Coffin confezionano una serie di pezzi che, seppur limitata nel numero, distende il suo minutaggio fino a sfiorare l’ora, ed ove appare chiara l’aderenza dei suoi facitori ad un suono che pare provenire da remote galassie, risucchiato dalle profondità abissali da una forza immane che il rantolo di Giona e di Sascha sottolinea, indicando al contempo il cammino di dolore che dovremo affrontare per giungere ad una redenzione che appare remota (l’epica oscura della finale “Black ascension”). Contenuti che rispettano la tradizione del doom/black/death, e che non deviano mai dal solco già tracciato (poche e basilari nozioni reiterate all’infinito), eppure la title-track  e le due lunghe tracce che la seguono (assommano da sole un totale di quaranta minuti scarsi di delirio) ci fanno apprezzare gli sforzi compiuti dal terzetto per assemblare questo dolente Into a pyramid of doom, autarchico manifesto di un genere che, pur vegetando negli atri cunicoli delle catacombe, come funghi che rilasciano nell’aria corrotta dal lezzo della decomposizione spore dal venefico effetto, mostra una capacità di resistenza incredibile.

 

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