Bat For Lashes: The Bride

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brideNatasha Khan, aka Bat For Lashes, ha rilasciato quest’anno il quarto album The Bride. Aspetto da evidenziare nel disco è che sia strutturato come una sorta di concept ispirato al cortometraggio I Do, realizzato dalla stessa artista, che sta dimostrandosi sempre più poliedrica e piena di idee. I temi base di entrambi sono la solitudine e il dolore della perdita, trasmessi attraverso l’esperienza di una giovane donna in procinto di celebrare le nozze, il cui sposo muore proprio mentre stava recandosi alla chiesa: una fantasia tristissima da cui è nata, quasi come una colonna sonora ideale, la musica di questo album. La vena compositiva della Khan sembra trovarsi nel classico stato di grazia, dove la vicinanza a musiciste come Kate Bush si percepisce con chiarezza ancora maggiore e l’estro creativo e l’empatia suscitata dal soggetto, temperati dalla maturità, contribuiscono alla ricchezza e all’importanza di The Bride. Si comincia con lo scenario lirico e sognante di “I Do” in cui, oltre alla voce carezzevole, sono solo le note del synth e dell’omnichord a tracciare, nel loro minimalismo, linee di tenui colori. Poi la poesia viene ‘interrotta’ dalla fosca – ma quanto mai struggente! – premonizione di “Joe’s Dream” e, da qui, la tragedia incalza: “In God’s House”, uno degli episodi più belli, presenta il momento dell’incertezza che precede il lutto, come un’agonia vaga che prende forma lentamente e poi la terribile “Honeymooning Alone”, anticipata dal rumore di una macchina che frena, evoca immagini drammatiche anche se non prive di una sorta di energia – quasi evidenziata dal basso – che sembra alludere ad una reazione in procinto di maturare attraverso il viaggio di ‘nozze’ solitario. Ecco che allora si spiega il ritmo più vivace e il clima meno ‘buio’ di “Sunday Love”, pausa di pop gradevole mentre l’oscurità più depressa prevale in “Never forgive the Angels”, tutta piano e chitarra e tanto di cori angelici e non si dilegua neanche nella ballata sensuale “Close Encounters”, dove il synth crea straordinarie ‘tessiture’. La spiritualità tetra e romantica di “Widow’s Peak” parla ancora il linguaggio della sofferenza e la parte vocale è uno straziante sussurro: proprio questo linguaggio perdura fino alla fine assumendo varie sfumature, qui il languore (“Land’s End”), là il senso di rimpianto, messo in risalto dal piano (“If I Knew”), arrivando poi alla profonda quanto dolce malinconia della chiusa, “Clouds”, che abbina la morbidezza di corde quasi ‘strimpellate’ alla ‘severità’ del basso e pone il suggello ad un disco che può essere solo definito pregevole

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