Mogwai: Atomic

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atomicAltra colonna sonora per i fuoriclasse Mogwai che, oltre ad averci abituati a produzioni musicali normalmente di livello eccelso, non sono neanche nuovi all’esperienza della soundtrack, ultima in ordine di tempo quella per la serie Les Revenants. Le tracce di Atomic sono infatti legate al documentario Atomic: Living In Dread And Promise diretto da Mark Cousin per la Bbc, in occasione dell’anniversario (settant’anni) della tragedia di Hiroshima. Con la professionalità che li contraddistingue, gli scozzesi hanno svolto ricerche sull’argomento, visitando anche il Parco della Pace di Hiroshima; il potere immaginifico e la capacità rappresentativa della musica del gruppo, a detta di tutti, hanno qui raggiunto risultati grandissimi e, benchè lo stimolo sia nato da un’opera visiva, Atomic è un album di indiscutibile valore, che si ascolta volentieri pur senza conoscere il documentario da cui è partito. Fra l’altro, Atomic è il primo disco dei Mogwai dopo la defezione del chitarrista John Cumming: non è facile giudicare in che misura l’evento abbia influito sul lavoro del gruppo e se si nota una maggiore presenza ‘sintetica’ rispetto alle parti di chitarra, questo potrebbe semplicemente dipendere da scelte stilistiche del momento, legate alla specifica ispirazione. La suggestione delle atmosfere resta comunque tipicamente Mogwai e l’album si segue con autentico godimento. Si comincia con “Ether” ed i suoni colmano lo spazio con la crescente ricchezza che è una delle caratteristiche dello stile Mogwai e che allude a quelle visioni di grandezza spaziale a cui i nostri ci hanno abituato. Subito dopo, “SCRAM” propone un contesto molto più teso, dominato da un’elettronica oscura e palpitante nella ripetizione di frasi melodiche analoghe, quasi a suscitare una sensazione di fredda ossessività e poi “Bitterness Centrifuge”, forse quella maggiormente espressiva e ‘cinematografica’, introduce potenza e solennità dalle tinte un po’ tetre: straordinaria la capacità di questa musica di sviluppare autonomamente immagini ed impressioni. “U-235”, appena più minimale, interviene con note e ‘arabeschi’ al synth limpidi quanto ‘distanti’, mentre “Pripyat”- a quanto pare, il nome di una città russa abbandonata dopo la tragedia di Chernobyl – procede con lentezza cupa, aprendo a sonorità di stampo ‘sacrale’ che persistono anche nelle seguenti “Weak Force” e “Little Boy”. La serenità della ‘chiusa’ è garantita dalla dolcezza di “Are You a Dancer?”, completato da un mirabile violino e, dopo la ‘ronzante’ e atmosferica “Tzar”, le note di piano di “Fat Man”, intitolata alla bomba nucleare che colpì Nagasaki, introducono i colori di un mondo distrutto e senza speranza: gli ultimi suoni possibili prima del silenzio definitivo.

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