NG: More Pain

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NGNG, abbreviazione del precedente monicker ‘Northgate’, non è che l’ennesima ‘versione’ di uno dei personaggi – e dei talenti! – che da diversi anni popolano la scena italiana: Evor Ameisie o Trevor, per chi lo preferisca, ha portato avanti, nel corso del tempo, una serie di idee e progetti divenuti riferimenti irrinunciabili, come Camerata Mediolanense, tanto per fare un esempio che tutti conoscono. L’inizio attività di NG risale all’incirca al 2011, anno di uscita dell’album, Dance of the Avantgardes. Da qualche mese è stato rilasciato questo More Pain al quale, oltre allo stesso Evor Ameisie, hanno partecipato una serie di altri musicisti, a testimonianza del fatto che, come affermato varie volte dal fondatore, NG è un progetto continuamente in evoluzione, non ancorato a stili e canoni prefissati e che si avvale di contributi adeguati alle scelte intraprese. La line up dietro a More Pain include Evor Ameisie, Giovanni Libracub, Arthur Geffroy, Aima, Nico Guerrero, Sonia Cohen-Skalli, Cutino e Antonov, non tutti simultaneamente attivi nelle otto tracce presenti; il genere è legato sia alla dark wave che al dark ambient, con atmosfere tenebrose ma non evanescenti, bensì ravvivate da suoni di una certa consistenza, spesso vicini all’industrial. Vediamo la prima, “Perla Ovitz”, il cui titolo ricorda il famoso personaggio sopravvissuto ad Auschwitz: l’inizio è lento e cupo, il canto mestamente intimista, la bella tastiera conferisce tetre tinte gotiche ad una fantasia che, nel corso di sette minuti abbondanti, si arricchisce di echi misteriosi e di mistici cori, oltre che dei suggestivi interventi vocali di Aima (Les Jumeaux Discordants). Subito dopo, la ‘folkeggiante’ “Krampus Folk Rustre” apre uno scenario un po’ diverso, fermo restando il clima oscuro e gli effetti lievemente surreali creati dalle inquietanti sovrapposizioni di voci e suoni: il risultato è una lunga visione a metà fra il sogno e l’incubo, decisamente dotata di fascino. Poi, superata la più elusiva e fumosa “Dance and Fade Away” ove il canto assume tonalità sommesse, nella successiva “They Took The Colour from Your Eyes” il forte elemento visionario si tinge di allucinazione per l’occasionale presenza di tese sonorità industrial che, del resto, in “Chòlera” divengono anche più che occasionali. In chiusura segnalo uno dei brani più estrosi ed originali, “Strange Hypnoagents”, ove elementi eterogenei sono abbinati in un amalgama aspro quanto ipnotico, mentre è “ Keep Back Lookin Forward” che conclude l’album con tredici minuti e passa di variazioni spettrali e deliranti alle quali collabora ancora una volta Aima, oltre a Sonia Cohen-Skalli al basso a scandire una realtà fuori dal tempo e dallo spazio: degno finale di un disco che mi sento di poter assolutamente consigliare.

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