“Frantz” di François Ozon: bianco e nero vs colore

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frantz-locL’ultimo film di François Ozon è un’opera che dimostra quanto questo regista sia aperto ad ogni varietà di cinema e ami cimentarsi in generi inediti, non ancora sperimentati in passato. Frantz non è solo una pellicola romantica: essa tocca numerosi temi e offre tantissimi spunti di riflessione proponendo, nella sua complessità, diverse chiavi di lettura. La sceneggiatura fa riferimento ad un testo teatrale di Maurice Rostand L’Homme que j’ai tué del 1930, dal quale Ernst Lubitsch aveva tratto il suo  L’uomo che ho ucciso. L’ambientazione temporale è, nei due casi, il periodo che seguì la conclusione della prima guerra mondiale e Ozon descrive il momento storico con accuratezza, evidenziandone la confusione, le contraddizioni e le correnti ‘sotterranee’ che, poco dopo, trovarono sfogo in eventi tristemente noti. L’ostilità fra francesi e tedeschi non poteva cessare con la fine della guerra: i danni che le due popolazioni si erano reciprocamente causati avevano lasciato segni indelebili, contribuendo al rafforzarsi di un malinteso patriottismo che non poteva non appesantire anche il clima politico. Tutti questi aspetti sociali emergono con chiarezza in vari episodi ma non esauriscono certo il denso contenuto del film. I protagonisti di Frantz sono infatti un francese e una tedesca e, ognuno per la sua parte, hanno fortemente subito le conseguenze che i loro paesi hanno riportato dal conflitto.

Anna vive con la famiglia del suo defunto fidanzato: sia lei che, ovviamente, gli anziani genitori si logorano al pensiero del loro congiunto che ha perso la vita sotto le armi e la ferita non vuole rimarginarsi. La comparsa del francese Adrien porta scompiglio nel villaggio: egli depone fiori sulla tomba di Frantz, ove, per altro, nulla é all’interno e tutti credono che la ragione del suo attaccamento al giovane tedesco sia stata l’amicizia. Nonostante l’avversione generale verso colui che, per la sua nazionalità, viene ancora considerato un nemico, la famiglia Hoffmeister trae un tale conforto dalla frequentazione di Adrien e dai suoi racconti di aneddoti riguardanti il defunto, che il ragazzo viene accolto facilmente e senza troppe domande, nell’inconsapevolezza che, dietro questo amichevole affetto, si cela un segreto.

Benché siano il dolore della perdita e la difficoltà di gestirlo i temi con cui si apre la pellicola – la famiglia Hoffmeister non sa tornare alla normalità e la fidanzata Anna é ostinatamente ancorata al suo legame con l’amato morto e si reca ogni giorno al cimitero a curare quella tomba che neanche contiene una salma – è l’idea della menzogna, dei suoi effetti e del suo rapporto con la verità, a dominare realmente il plot perché, diversamente da quanto accade nella versione di Lubitsch, Ozon fa evolvere la storia in modo molto particolare, rendendola sorprendente.

Tutte le relazioni che si creano dopo la visita di Adrien a Quedlinburg sono basate su un’unica bugia che, se conosciuta, non farebbe che provocare altra sofferenza, dissolvendo completamente il sollievo che quella visita ha portato ad una famiglia duramente provata. Si pone dunque il problema se mantenere un’apparenza ingannevole che tuttavia allevii l’infelicità oppure palesare la realtà e distruggere la gradita illusione, cedendo all’anelito verso la verità presente in ogni coscienza onesta. La scelta sarà di Anna che, ad un certo punto, è stata messa a parte del segreto: la vicenda di Adrien, nella quale si è trovata coinvolta in prima persona, cambia la sua vita e il suo approccio con il prossimo e le restituisce la forza di riappropriarsi di sé, magari ‘sganciandosi’ dal passato, più ‘libera’ comunque dell’amico francese che, forse, da quel passato – e dal fantasma di Frantz! –  non potrà mai affrancarsi.

Tutto questo ci viene raccontato da Ozon con un’eleganza estrema, alternando riprese in bianco e nero e a colori a seconda delle situazioni e degli stati d’animo, sempre con immagini di grande bellezza che ci fanno conoscere meravigliosi scorci e paesaggi della ex-Germania dell’est, restituendoci l’autenticità della ‘provincia’ tedesca dei primi del ‘900: le strade che Anna percorre continuamente, per recarsi dalla casa in cui abita al cupissimo cimitero di Frantz o alla locanda ove alloggia Adrien, nel loro mesto grigiore, rispecchiano la devastazione di anime colpite dal lutto; ma lo scenario si illumina all’improvviso di delicate sfumature pittoriche quando i due giovani scoprono un’inattesa vicinanza. Obbligatorio, poi, menzionare la bravura degli attori, fra i quali brilla la bella ed espressiva tedesca Paula Beer, giustamente premiata a Venezia per la sua interpretazione.  Con Frantz, il regista francese è andato decisamente oltre la storia romantica, dimostrando di saper abilmente scandagliare l’animo umano sotto diversi aspetti, in primis in rapporto a eventi dolorosi: proprio quelli, una volta elaborati, possono servire ad andare avanti.     

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