“Heart Of A Dog” di Laurie Anderson: come una persona…

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heartChe alla visione di Heart Of A Dog, il primo lungometraggio della poliedrica artista americana Laurie Anderson, fossero concessi, qui da noi, soltanto due giorni, forse susciterà del malumore, ma non troppa meraviglia. Il film, che esce in Italia dopo circa un anno dalla presentazione alla Mostra del Cinema di Venezia, non era certo destinato a sale strapiene e ‘chiassone’ e, con ogni probabilità, resterà sconosciuto alle masse. Ciò non toglie che si tratti di un lavoro di cui vale la pena di parlare, suggerendo a chi non sia stato così fortunato da ‘acchiapparlo’ il 13 e 14 settembre, di recuperarlo in qualche modo: perché indubbiamente ha un suo significato, sia per colei che l’ha diretto che per il pubblico che vorrà lasciarsi coinvolgere da quello che potrebbe definirsi una sorta di ‘monologo interiore’, relativo a temi grandi, di valore per tutti.
La Anderson non può essere considerata una vera cineasta: Heart Of A Dog, con l’unione di filmati in 8mm, immagini apparentemente ‘sconnesse’, frasi, grafiche e disegni, e la voce di lei che racconta episodi e ricordi della sua vita, si colloca fra l’autobiografia e il documentario e, dal punto di vista stilistico, non è paragonabile ad altre pellicole se non – ma è un’indicazione puramente di massima – a quelle della serie ‘Trilogia qatsi’ di Godfrey Reggio, con le musiche di Philip Glass. A quanto si è letto, il film era stato commissionato dal canale della TV francese ‘Arte’ all’interno di un progetto dedicato ad alcune personalità artistiche e l’americana ha scelto così di porre al centro della sua opera la relazione con il cane Lolabelle, dolcissima rat terrier che l’ha accompagnata per molti anni: da un lato un omaggio postumo ad una creatura fedele ed affettuosa, dall’altro un modo per mettersi a nudo senza comunque accentrare la narrazione su di sé. Il risultato è un lavoro davvero sui generis che, in un rigoroso minimalismo – occorre dirlo? La splendida colonna sonora di Laurie Anderson lo rispecchia perfettamente – mostra riflessioni, idee e fantasie di una delle menti più feconde dei nostri tempi, proponendole come fossero comuni a chiunque: spesso le immagini hanno addirittura la vaghezza propria dei sogni o rivelano la ‘grana’ delle fotografie del passato che intendono rievocare.
Impossibile quindi ricostruire una trama in senso stretto: Lolabelle è il filo conduttore principale di questo significativo ‘collage’ e, infatti, è la figura della quale apprendiamo più notizie. La seguiamo mentre passeggia con la padrona sulle alture della California ove si sono ritirate per sfuggire al caos newyorkese; in un altro momento osserviamo i suoi tentativi nel campo della pittura – la Anderson, in modo francamente non del tutto condivisibile, affida l’animale ad un’addestratrice facendolo cimentare in discipline che esso di certo non avrebbe mai scelto liberamente – o la vediamo reagire con terrore all’attacco di un falco. A questi brevissimi racconti si intrecciano ricordi o episodi tratti dalla vita dell’artista americana, oppure semplici considerazioni su fatti legati alla storia contemporanea, come per esempio l’attentato dell’11 settembre, cui viene dato giustamente rilievo; temi leggeri si alternano a pensieri intensi ed impegnativi sulla morte, l’amore e lo scopo dell’esistenza umana, che vengono affrontati con l’accuratezza e la superiorità intellettuale di una donna che si è misurata in così tanti campi dell’arte e si è applicata con interesse a numerosi settori della conoscenza. Rimarrà tuttavia deluso chi si aspetti di trovare nel film la narrazione di aneddoti sulla vicenda sentimentale con Lou Reed o sul loro matrimonio: la Anderson ha dedicato la pellicola al marito, per lei un ‘magnificent spirit’, e ha dichiarato più di una volta che, pur non avendone parlato direttamente, la figura del grande musicista fa sentire di continuo la sua presenza. In realtà egli non appare che pochissimi minuti ma poi, alla fine, sua è la voce che canta “Turning Time Around”, un pezzo bellissimo del 2000, e suo il viso che vediamo fra le immagini conclusive, mentre abbraccia con affetto Lolabelle, il fortunato cane per la cui perdita è stato ‘scomodato’ il Libro tibetano dei morti: stralci di questo, insieme a frasi tratte da filosofi o scrittori, vengono infatti citati dalla Anderson in vari punti dell’opera e lei li recita rigorosamente in italiano, con un accento un po’ strano che li rende a volte un po’ faticosi da intendere. Doppiare Heart Of A Dog di persona è stata una scelta – così ha dichiarato l’autrice – dovuta all’amore per la musicalità della nostra lingua. Ma, a questo proposito, ci sia consentita una piccolissima critica: lasciare il film con il testo originale e l’aggiunta di sottotitoli non avrebbe privato il pubblico del piacere di ascoltare la voce autentica ma avrebbe probabilmente reso più facile seguirlo… vezzi da star!

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