Pure Ground: Giftgarten

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pure-gDopo Standard of Living di cui volentieri avevamo a suo tempo dato conto qui, considerando quanto le marcate sonorità dei Pure Ground alla fine dimostrassero di poterli far emergere nella massa della produzione ‘dark’ degli ultimi anni, e una cassetta registrata live, il duo losangelino ha rilasciato da poco un nuovo full-length, Giftgarten. E’ passato circa un anno, la situazione di Greh Holger e Jesse Short si è consolidata e la loro musica si è conquistata un discreto seguito. Così, le caratteristiche che le erano state proprie fin dall’inizio, generalmente si ritrovano, alcune addirittura accentuate: pur confermando l’impostazione minimale con linee estremamente asciutte, molti sono i passaggi influenzati dall’industrial e dall’elettronica più dura, mentre l’atmosfera appare più cupamente ‘metropolitana’. Vediamo l’opener, “Before Us”: postpunk e tratti industrial si ‘sposano’ in un’aura plumbea e ossessiva, mentre la parte vocale, nella sua glaciale uniformità, mostra subito il carisma che serve. Poi, “No Passage” si concede ai suoni elettronici più ‘classici’ e riconoscibili in stile D.A.F. o, meglio ancora, Klinik; a seguire, “The Great Becoming” indulge in scenari a tinte fantascientifiche con voci impersonali e colori scurissimi dall’alone minaccioso, un mood che continua anche dopo, per esempio in “The Silent Age” o nella successiva “No Voice Of Angel”, uno degli episodi migliori, ove si percepisce il canto come un confuso mormorio scandito da poche, raggelanti note. E se “Still” bilancia una parte vocale ancora sinistra con una ‘robotica’ melodia dal sapore vagamente ‘kraftwerkiano’, “Omission” cede di nuovo a ‘toste’ sonorità industrial condite di efficaci ‘rumorismi’ e “Meager Arms Of Sleep” recupera elementi postpunk ma con modalità talmente ‘funeste’ da sfiorare la colonna sonora ‘orrorifica’. Infine, oltrepassata la ‘nenia’ inquietante e depressa di “By the Grace of God” con la voce ‘incastonata’ in un arrangiamento lineare quanto ‘futuribile’, il disco si chiude con “Flood”, uno dei pezzi più aggressivi, in cui le note elettroniche appaiono affilate, quasi ‘corrosive’ e lasciano in chi ascolta la sensazione di un lavoro forse non originalissimo ma assolutamente godibile e di notevole pregio.

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1 comment

  1. Francesco 14 Ottobre, 2016 at 08:50

    Un album molto bello! Melodia, sonorità industrial ed un canto che a tratti rievoca i Joy Division sono pregevolmente amalgamate in una formula capace di coniugare un registro minimal ad un certa “muscolarità” in uno scenario cupo e oscuro. Concordo con te circa il brano No Voice Of Angel: bellissimo!

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