The Mission: Another fall from grace

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Mentre l’anno del Signore 2016 si appresta a consumare la sua ultima porzione, The Mission pubblicano Another fall from grace che, facile scommetterci su, provocherà il solito diluvio di giudizi discordanti. Wayne Hussey è tipo coriaceo. Una qualità rara, oggidì. Il suo collega Andrew Eldritch (uno che con l’acredine ci convive da quando è nato) lo accusò di voler trasformare i suoi Sisters of Mercy “nei nuovi Cult”, eppoi gli scippò un monicker magnifico come Sisterhood così solo per fargli un dispetto. Ma Hussey ha tirato dritto per la sua strada, con un unico obiettivo ben chiaro, il successo, e l’ha ottenuto, perché tutto si può dire/scrivere, ma non che “Gods own medicine” e “Children” non abbiano lasciato un segno indelebile nei cuori e nelle anime (ed aperto una via tutt’ora praticata). Per Another fall from grace imbarca i sodali di vecchia data Simon Hinkler e Craig Adams, affidando il ruolo che fu del disperso Mick Brown al solido ed esperto Mike Kelly da Brighton, nel gruppo dal 2011 e pure titolare di uno studio di registrazione apprezzato da molti colleghi, affidandosi alle cure di Tim Palmer, dal curriculum talmente esteso che ad indicare tutte le pubblicazioni sulle quali ha posato la sua manina d’oro si ridurrebbe questa recensione ad un elenco di successi (coi Mish “Gods…” e “Carved in sand”, mica poco…), e ci fa la grazia di concederci ancora un disco, l’ennesimo titolo da aggiungere ad una carriera che, si rassegnino i detrattori, onestamente è da riconoscere come formidabile. Che poi a forza di ascoltarlo Another fall from grace perda un po’ della carica esibita ai primi approcci, era da mettere in preventivo, ma a certe età (ed a certi livelli) l’esperienza sopperisce alla carenza di vitamine, ed ecco che “Met-Amor-Phosis” si distende epica e solenne rinverdendo i fasti di un passato lontano ma ancora vivo nella memoria delle legioni di cultori che gli albionici hanno coltivato negli anni, e che si sono meritatamente guadagnati. Tanto che delle b’vocals di Ville Valo nemmeno ci si accorge, il brano funziona da solo, scrittura perfetta e fluida, esecuzione impeccabile, primo singolo centrato e primo punto portato a casa senza affanno. Verificato che il Signor Hussey ha mantenuto una voce pressoché intatta alla quale il Tempo ha donato maggiore profondità, l’operina (disponibile anche in vinile e nella solita edizione deluxe con tanto di DVD) ci regala una serie di tracks che non potranno non far riandare la vostra memoria all’epoca eroica che vide la pubblicazione di quei due titoli già citati, ma nemmeno episodi che i più distratti classificano come minori vengono ripudiati, e se “Never’s longer than forever” poteva venir emendata od addirittura esclusa dalla lista finale, ci pensano altri episodi a mantenere il livello alto, come “Bullets and bayonets” dagli umori orientaleggianti (come quegli effluvi pungenti che la nostra mente cerca di ricreare mentre s’osserva un documentario sulle oasi del Sahara), o la classica “Blood on the road” dall’impatto radiofonico impressionante, gothic-rock cristallino che rende le schiere di pallidi epigoni della Missione poco più che dei meri succedanei ai quali ricorrere nei periodi di stanca, quando rientrando da una estenuante giornata lavorativa si inserisce nel lettore il primo ciddì che capita, semplicemente perché impilato accanto agli originali del combo capo-scuola (che ribadisce le distanze dagli allievi piazzando con disinvoltura l’oscura ed introspettiva “Within the deepest darkness”).  E se a volte alla brughiera ammantata dalla nebbia si sostituiscono paesaggi atipici per il genere è solo perché l’esperienza maturata fino ad oggi (anche con gli altri progetti che hanno visto i quattro coinvolti in gradi diversi) è tale da costituire un serbatoio d’ispirazione inesauribile. Si scivola anche nell’auto-compiacimento, tra le pieghe di Another fall from grace (“Only you and you”), ma specchiarsi nel proprio passato è piacevole oltre che assolutamente legittimo. Fra episodi più movimentati ed altri che riconducono alla produzione solista di Hussey, AFfG scivola sicuro ed addirittura spavaldo, riservandoci perle come una lunga (circa otto minuti) “Phantom pain” cesellata da un sax che la rende una delle canzoni più belle mai composte dai britannici (la chitarra, ascoltate la chitarra e riprendete “The reptile house”, lì Hussey non c’era ma il basso di Adams sì), ma anche una “Tyranny of secrets” che a tutti gli effetti si merita la nomination a “Black planet” del nuovo millennio, con buona pace di Eldritch. Wayne Hussey non deve dimostrare più nulla a nessuno, non è un relitto del passato che cerca di sopravvivere a se stesso, e se, ribadisco, qualche episodio è un po’ debole nella struttura, è perché il fisico non è più quello del 1985, e ci mancherebbe. PS: Valo non è l’unico ospite, ma Numan, Gore, Evi Vine e l’immancabile Julianne Regan, bravi per carità, sono solo figurine da appiccicare all’album, nulla più.

 

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