Tetrolugosi: Tetrolugosi II

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t-iiTornano i marchigiani Tetrolugosi – Sara Paradisi e Camillo Perazzoli – con un album ancora una volta all’insegna dell’eclettismo, nel quale i due utilizzano in modo insolito forme darkwave ed elettroniche insieme ad elementi tratti dal dark cabaret con esiti che, con il primo lavoro Tetrolugosi, hanno principalmente stupito mentre oggi si lasciano apprezzare per varietà ed originalità. Il nuovo disco Tetrolugosi II, uscito da poco, prosegue l’esplorazione, ribadendo la passione per il grottesco ma mantenendosi fedele a  scenari oscuri, spesso inquietanti, anche quando sono ‘conditi’ da una generosa dose di ironia: non mancano per altro momenti apparentemente legati ad un immaginario dalle tinte decadenti che, occasionalmente, emerge con risultati davvero interessanti. Prendiamo, per esempio, l’opener “All The Monsters”: quella dei ‘mostri’ sembra essere un’idea ricorrente nei dieci brani che compongono l’album e qui viene introdotta con una melodia lenta e cadenzata, quasi un’aria di altri tempi, sulla quale, in vistoso contrasto con il delicato accompagnamento della voce femminile, ‘svetta’ il canto dai toni profondi di Camillo Perazzoli, un’autentica ‘iniezione’ di inquietudine. Subito dopo, uno degli episodi più efficaci, “Under the Full Moon”: i languidi suoni alla tastiera, sempre caratterizzati da quella ‘patina’ un po’ antica, qui davvero incantevole, fluiscono con eleganza, abbinati al gioco delle voci. Poi, “The Elephant Man”, che fa riferimento alla vicenda narrata anche da David Lynch nel celebre film, ‘vira’ verso uno scenario non più solo inquietante ma cupo e sinistro e “Circus” arriva alle estreme conseguenze, calcando la mano sull’elemento grottesco da sempre presente nell’ispirazione del duo ed evocando proprio l’ambiente che maggiormente può rappresentare, allo stesso tempo, tragedia e commedia, quello del circo, qui forse metafora della eterogeneità del mondo. La seguente, graziosa “Cats in Space” propone un lineare momento wave in stile ‘Wire’, quasi una banalità per i Tetrolugosi, mentre “Inferno” complica la situazione ‘variando’ le forme wave dal sapore ‘vintage’ con versi della Divina Commedia: il piglio ironico in verità fa pensare a un divertissement. Per il resto, l’ironia si affaccia ancora, per esempio in “The Wrath of God”, mentre altrove il clima si fa apocalittico, i suoni più ‘pesanti’ e la voglia di sorridere si attenua (“Coffin Joe”); “Sweet Undead”, poi, è talmente ‘composita’ che pare mutare stile di continuo e “Sometimes They Come Back” si concede un passaggio di – si spera autentica! – malinconia… i nostri, in sostanza, sembrano riuscire in tutti i generi musicali in cui si cimentano. Di certo è troppo presto per definirli ‘geni’, ma che ciò che fanno sia intrigante, questo è sicuro.

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