Esben and the Witch: Older Terrors

0
Condividi:

A distanza di un paio di anni da A New Nature, Esben and the Witch pubblicano quest’anno il quarto lavoro Older Terrors. Andando in direzione opposta al trend abituale che, in caso di cambi di rotta, spesso prevede preferenza per formule più accessibili perché possano risultare più appetibili per il pubblico, Older Terrors presenta scelte impegnative che, tuttavia, attestano la consistenza dell’idea artistica del progetto e la padronanza con la quale tale idea viene realizzata. L’album, nato a Berlino ove i nostri, al momento, hanno la loro sede, contiene sorprendentemente solo quattro tracce, ciascuna delle quali dura più di dieci minuti: gli scenari sono ovunque tratteggiati a tutto tondo e con grande ricchezza, mediante l’inserimento di ampie ‘variazioni’ di registro e non mancano passaggi di un certo ‘peso’, come già accadeva nel precedente; tutto questo, però, non rende l’ascolto faticoso bensì decisamente affascinante. Il mondo di Esben and the Witch appare oggi più vasto, più misterioso e più oscuro; legato com’è alla natura ed alle sue arcane ‘relazioni’, in qualche modo – e proprio per questo! –  sembra capace di attrarre su una strada, per così dire, senza ritorno. La voce di Rachel Davies emana, talvolta, più disperazione ma anche più forza e, quasi, fierezza: in pratica, se Older Terrors promette, fin dall’inizio, l’incontro con vecchi ‘terrori’, è comunque un viaggio che vale la pena di compiere per intero, senza perderne un solo dettaglio. Lo dimostra, per prima, “Sylvan”, la traccia più lunga e, forse, la più complessa: l’esordio lento e cadenzato apre visioni cupe, scandite da percussioni dal sapore ‘tribale’, il cui colore, appena ‘addolcito’ da purissime note di chitarra, sembra quello di una foresta notturna; dal canto si levano tonalità struggenti e la scena viene poi ravvivata da inserti ‘distorti’, come fossero cicatrici incise da un atavico dolore. E’ una struttura che si delinea gradualmente, nel corso di molti minuti, tuttavia il brano è di quelli che non si finirebbe mai di ascoltare. Subito dopo, “Marking the Heart of a Serpent” si apre con una morbida, malinconica chitarra e un basso ‘profondo’ ma, rispetto a prima, l’andamento uniforme viene presto interrotto da passi alla chitarra elettronica contraddistinti da una ritmica assai più sostenuta; qua e là emergono elementi in stile prog o metal che rendono il mood denso e oscuro, in un crescendo di pathos impressionante. Apertura, invece, decisamente ‘gotica’ per “The Wolf’s Sun”, dedicata alla luna, ma ciò che segue ripropone modalità tribal-rituali, con le percussioni che svolgono un ‘lavoro’ egregio e confermano il ruolo davvero incisivo tenuto in tutto il disco, determinandone l’impostazione e, come si è detto, il carattere: inutile dire che, ancora una volta, il canto della Davies ha qualità straordinarie che dominano il contesto fino all’apocalittica chiusa. Infine, “The Reverist”, si distingue nuovamente per la ‘progressione’ lenta che, con l’aggiunta graduale di suoni più pieni, quasi ‘orchestrali’ dopo la prima metà, appare diretta verso l’apice del dramma: un brano conclusivo bellissimo e talmente coinvolgente che riesce difficile il ritorno alla vita reale.   

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.