Con un po’ di ritardo, vogliamo parlare del nuovo capitolo della bella storia degli Stella Diana, che hanno proseguito il loro percorso musicale nell’ambito delle sonorità wave/shoegaze pubblicando qualche mese fa questo Nitocris – stavolta il riferimento colto è ad una regina dell’antico Egitto! – che sta ottenendo notevole interesse anche nel nostro paese. L’album contiene nove brani dalle atmosfere ancora più rarefatte e ‘dreamy’ rispetto a 41 61 93 e i testi, poi, sono in inglese, una scelta, a mio avviso, preferibile. La voce, inoltre, acquista ‘distanza’ divenendo trasognata, tanto che in qualche passaggio sembra confondersi con il ‘paesaggio’, mentre il basso di Salzano mantiene la ‘sostanza’ cupa conferendo alla musica una sorta di ‘nervo’ teso pulsante. I colori tenui e onirici si manifestano già nell’opener “Sofia”, in cui l’intero mondo pare ‘muoversi’ con modalità lente e ‘ovattate’ e la presenza del vocalist Torre rimane una carezza lieve in un contesto dominato dalla malinconia. Subito dopo, “M. 9”, uno degli episodi migliori, apre con brevi, remoti echi di un arpeggio delicato che sfumano in una trama più compatta di note robuste di chitarra con un andamento più sostenuto; “F.u.Orionis” procede ‘cadenzata’ ricollocando il basso in primo piano e lasciando vagare liberamente le tonalità ‘estatiche’ della voce fino all’arrivo di “Sulphur”, uscita come singolo, dove la melodia, appena scandita dal basso cupo, sembra ‘crescere’ magica per salire verso l’alto, lasciando indietro il canto ‘elfico’ di Torre. Poi, “Aphrodia” continua ad esplorare sonorità squisitamente eteree, temperate solo dalla severità del basso e “Psychedelic Furs” riparte da quest’ultimo per ribadirne la centralità nella personale ‘cosmogonia’ dei nostri. Delle ultime tre segnalo la conclusiva “J. Carpenter”, ben riuscita incursione nel classico post-punk, che termina con suoni tetri e inquietanti un disco ancora una volta testimonianza delle potenzialità di una valida band italiana.