Preoccupations: Preoccupations

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Hanno cambiato nome ma non il ‘marchio’ i Preoccupations che, dopo essersi fatti notare come Viet Cong, hanno preferito tornare nell’anonimato optando per un monicker meno impegnativo. Con una line up – Matt Flegel, Mike Wallace, Danny Christiansen e Scott Munro – che si spera stabile, la band ha pubblicato qualche mese fa un nuovo album Preoccupations che mantiene del precedente Viet Cong l’energia e la rabbia del postpunk intesa in senso letterale, come genere, cioè, che viene dal punk, e vi aggiunge elementi noise e altro, ma nulla che renda la musica più accattivante. In sostanza, tanto rumore e tanto ‘carattere’, già presenti anche in passato, solo posti in un contesto un filo più curato e arricchiti da un apporto elettronico più consistente, ma in ogni caso finalizzati alla ‘costruzione’ di scenari cupi e sempre un po’ cattivi: i titoli, per co dire ‘lapidari’, delle tracce non lasciano presagire nulla di allegro, ma l’album è decisamente da ascoltare. Apre “Anxiety”, uscita anche come singolo, che, dopo un esordio elettronico tutto da interpretare, fluisce in sonorità più ‘drastiche’, caratterizzate da un andamento cadenzato quanto inquietante, ben abbinato con la voce profonda e anche un po’ sorniona di Flegel. Subito dopo, la bellissima “Monotony” conferisce ad un ‘episodio’ postpunk confusi colori psichedelici ottenendo un risultato originale ed interessante mentre “Zodiac”, suo naturale proseguimento, appare più incalzante nel ritmo, aspra e schietta nei suoni ed efficacemente completata dal sottile ‘veleno’ della voce. Difficile, poi, illustrare la complessa struttura della successiva “Memory”, la cui durata si aggira intorno agli undici minuti: splendido inizio tutto di basso, si sfrangia in ‘filoni’ diversi, come raccogliesse le sollecitazioni più svariate, dal ‘sentore’ dolceamaro di Alan Vega all’elettronica ‘diritta’ dei New Order, per poi giungere al sorprendente finale cosmico, quasi ultraterreno. La seguente “Degraded” riprende l’aura cosmica e la diluisce in una sorta di momento ‘pop’ che in verità non risulta troppo ‘riposante’ e, dopo la pausa interlocutoria rappresentata da “Sense” e “Forbidden”, brevissime incursioni wave di stampo elettronico, “Stimulation” si attiene ad energici canoni postpunk con basso emozionante e belle, sinuose note di chitarra e “Fever” chiude in stile synthpop, disciplinato ma non troppo, un disco forse non perfetto, ma ‘palpitante’ di idee e spunti.

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