The Dreams Never End: Walk Blindly

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Con un paio di mesi di ritardo dall’uscita riesco finalmente a parlare dell’interessante band che ruota intorno a Carlos Magalhães, che si è avvalso per alcune registrazioni e soprattutto per i live del supporto di Virgilio Santos.

Si tratta di un album venuto alla luce dopo due anni di timide condivisioni di singoli pezzi di wave introspettiva ed emotiva su internet, che sono stati finalmente raccolti su un album autoprodotto, che è quasi esaurito nel formato fisico, ma ancora disponibile per l’ascolto ed il download su Bandcamp.

Il cd è aperto da “Rain”, uno strumentale che oscilla tra accordi tipici della new wave e sottofondi di synth freddi e minimali, che in alcuni tratti paiono rappresentare le gocce che cadono ed un senso di smarrimento, come di fronte ad un diluvio che rischia di sommergerci.

 “Eu sou um sem nome” è un brano esistenzialista, che affronta la spersonalizzazione della nostra epoca, dove spesso non siamo che volti anonimi in mezzo ad una folla indifferente; la musica rappresenta il senso di vertiginoso smarrimento di fronte a questa consapevolezza.

“Walk Blindly” è uno strumentale che dipinge con le note il girovagare senza orientamento, senza meta, e forse senza uno scopo, come una persona abbagliata dalla luce glaciale che emana il mondo.

In “O Tempo não volta atrás” i synth suonano come remoti richiami, mentre la musica trasmette un senso di smarrimento e la voce suona remota, come persa nei meandri dei ricordi e nel senso di angoscia che aumenta durante il brano, con i ritmi che si fanno più concitati e i cori sintetici che suonano come sirene che vogliono condurci sulle rive della follia.

“Cold Dawn” suona come la cronistoria di un risveglio solitario, dove il freddo è spezzato solo dal calore del fumo di una sigaretta; i synth dilungano in note malinconiche ed in assoli che enfatizzano il senso di angoscia trasmesso dalla voce recitata.

“UVB 76” è un pezzo dedicato ad un segnale emesso dalla Russia dai tempi della Guerra Fredda, senza che nessuno ne conosca l’origine esatta ed il significato dei messaggi. La musica ne rappresenta bene l’imperscrutabile freddezza siderea, che può essere presa a paragone per i misteri dell’animo umano, i segnali rimasti incompresi che talvolta mandiamo a chi ci circonda.

“Shadows in Berlin” è un altro strumentale, in cui si fondono malinconia ed un’ombra di dolcezza, forse l’affetto che unisce un gruppo di amici nel vagare per strade straniere.

“The smile of clowns” affronta il tema della dissimulazione, delle lacrime nascoste dietro ad un sorriso, ad una maschera, come quella del simbolo per eccellenza, il clown, che fa ridere gli altri attraverso le sue disavventure, quasi per dimenticare la sua tristezza nel sorriso degli altri.

“Á deriva” è un brano oscuro e malinconico, dedicato ai profughi; ero rimasta colpita dalle parole che avevano usato per presentarlo su Facebook: un testo breve ma pregno di significato, come il miglior Ungaretti “Perchè sono umani, come noi”, e siccome la musica è composta da uomini per i loro simili, rende felice sapere che nel cuore degli uomini-musicisti batte un cuore sensibile ed attento anche a ciò che ci circonda.

“I like to finish everything started” il pezzo che chiude l’album, è anche quello più “luminoso”: tra le note si avvertono dei fermenti emotivi, lo sforzo dei tentativi e, chissà, forse la gioia di aver concretizzato più di due anni di impegno artistico con la pubblicazione di un album, nella possibilità di condividere con altri il proprio mondo interiore.

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