Wora Wora Washington: Mirror

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I Wora Wora Washington, duo elettronico – Marco De Rossi e Giorgio Trez poichè Matteo Scarpa, presente fino al disco precedente, Radical Bending, ha poi lasciato il progetto – di stanza a Venezia, hanno pubblicato alla fine del 2016 il loro terzo album, Mirror. La musica dei due esplora ampiamente le diverse possibilità dell’elettronica cimentandosi in sonorità di vario tipo: a detta di tutti, Mirror è il loro lavoro più dark e, visti i nostri interessi, non abbiamo potuto fare a meno di verificare direttamente. Difficile dirlo ascoltando la prima, la strumentale “Intro: Rising Sun”: qui lo scenario, soprattutto all’inizio, pare avvicinarsi più che altro al post-rock, con suoni ‘gentili’ ma anche vivaci ed effervescenti, la cui consistenza va decisamente in crescendo acquistando ricchezza e potenza. La successiva traccia, però, propone un paesaggio darkwave dai contorni oscuri e affascinanti, definito da una ritmica assai tirata, nel quale risalta la voce davvero notevole di Marco De Rossi: il pezzo è tanto bello da doverlo riascoltare più volte e fa proprio venir voglia di muovere le gambe. Ma non delude neanche l’episodio seguente, “Alexander Gerst” – per la cronaca il nome è quello di un astronauta tedesco – che presenta una struttura assai più complessa, da apprezzare fin dalla lunga e sontuosa introduzione strumentale, figlia più del kraut che della new wave; dopo la prima metà, l’andamento incalza e la parte cantata completa la ‘costruzione’ con efficaci raffiche di energia. In “Fear Is Over” i suoni si induriscono come per aprirsi al dark electro – lo attesta anche il ritmo più turbinoso – e nella splendida title track, invece, l’attitudine wave si riaffaccia con passaggi di synth davvero irresistibili, i cui echi misteriosi si combinano in modo molto insolito; quindi, bypassato il teso impeto di “Sem” e la malinconia ‘dreamy’ di “Pillars” troviamo ancora un intrigante quanto ipnotico esemplare di incisività dark electro (“I.C.O.”) che quasi fa pensare ai NIN; l’ampiezza ‘atmosferica’ ed il canto intenso della seguente “Venus” alla fine ‘spiazzerebbero’, se non prevalesse la magia dei bellissimi orizzonti vagamente spaziali che sanno evocare e concludono un disco forse non straordinario e comunque non dark come lo intenderebbero gli ‘integralisti’, ma vario, curato e impostato con intelligenza.

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