Clan of Xymox: Days of Black

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Il bravo Ronny Moorings non si rassegna alla pensione e, a distanza di tre anni circa dall’ultimo lavoro Matters of Mind, Body and Soul rilascia questo Days of Black. Inutile dire che la fedeltà del nostro al suo stile è incrollabile, ma si sbaglierebbe a liquidare il disco come ‘la solita zuppa’: chiaro che la magia dei primi tempi sia andata ormai perduta, tuttavia Days of Black riserva diversi momenti di grande suggestione e si mantiene ad un livello più che buono, considerando la quantità di album che la band ha sfornato dall’inizio della sua carriera. La breve title track, che inizia il disco con sonorità solenni e di un certo impegno, dà giusto un ‘assaggio’ dell’atmosfera che vi si respira; poi, la bella “Loneliness” ci proietta direttamente nei paesaggi tristi e freddi cui i Clan of Xymox ci hanno abituato nei periodi migliori, con la ritmica che pulsa nervosa e la chitarra che scivola fluida. La stessa felice ispirazione anima anche la seguente “Vixen in Disguise” il cui motivo orecchiabile è ravvivato oltre tutto da un’efficace parte elettronica; “Leave Me Be”, dove suoni dal vago sapore ‘industriale’ incalzano più rapidi e duri e la voce ‘brilla’ di austero carisma, apre scenari ancora più cupi mentre “The Rain Will Wash Away” sorprende, contaminando l’abituale impostazione synthwave con aspre modalità electro che alterano gli orizzonti già noti (aprendone altri?). Ma non mancano episodi classici di feeling ‘goticheggiante’ come “Set You Free” dove troviamo anche suggestivi archi, o momenti di melodia emozionale come “I Couldn’t Save You”, pezzo forse non bellissimo ma a mio avviso molto efficace sul piano vocale, anche più della altrettanto melodica ma alquanto convenzionale “What Goes Around”. Delle ultime tracce,“I Need to Be Alone” e “Loud and Clear” – quest’ultima dal ‘sapore’ scurissimo! – attestano la sempre valida capacità dei nostri di animare il dancefloor, “Your Kiss” è uno degli episodi meno riusciti, poichè utilizza da un lato i suoni elettronici più pesanti e li abbina, dall’altro, ad un motivo gradevole ma, tutto sommato, ordinario: molto meglio “La La Land” che conclude con sonorità, ancora una volta, gotiche ma anche un po’ sinistre – gli ‘stranianti’ cori infantili la dicono lunga! – un disco che, in ogni caso, non dispiace affatto, anzi!

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