Ci viene sottoposto a distanza di alcuni mesi dalla sua uscita il debut album dei Blind Stag Victims of a Selfish Kind of Love. Si tratta di un progetto romano fondato già da un paio di anni da Feel Prev e Sidereus Nunzio, personaggi attivi precedentemente in ambito rock; i due sono dediti, come tanti altri nella nostra scena, al synth pop in una versione generalmente leggera e orecchiabile, destinata a momenti ‘disimpegnati’ o anche ‘danzerecci’. Il disco contiene dieci tracce omogenee e indicativamente di buon livello, la cui resa nelle esibizioni live probabilmente è assicurata anche se, ad essere sinceri, mancano dei pezzi che colpiscano immediatamente o si distinguano in modo particolare, tanto che l’insieme risulta nel complesso un po’ troppo uniforme. L’opener “The Night Forever” esordisce ‘trottando’ al suono dei synth, con una ritmica vivace e una delle melodie che restano più impresse. La successiva “The Delay of the Stars” mostra maggiori riferimenti alle sonorità synth wave anni ’80, Depeche Mode in primis, anche se, rispetto a questi ultimi, l’arrangiamento appare più elaborato e ‘carico’; “Same Time” è uno degli episodi più riusciti: malinconia e pathos prendono il posto dello scenario da discoteca, la parte vocale si rivela pregevole e il finale affidato al piano non è privo di suggestione. Quindi, dopo l’intermezzo strumentale di “Deep Blue”, “Temple of You” tenta l’avvicinamento a suoni elettronici più duri mentre la voce mantiene toni di intensità evocativa. Delle rimanenti tracce sono da segnalare la vivace e piacevole ‘marcetta’ “Feelin’ the Sunshine” che si estende per oltre cinque minuti proponendo briose variazioni, la malinconica, depechemodiana vecchio stile “To Wish Impossible Things” e la conclusiva “Cast Away” che termina con una gradevole melodia elettronica arrangiata con gusto e varietà un album magari non insolito ma sufficientemente ricco di spunti.