Suicide Commando: Forest Of The Impaled

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Nuovo album per Johan Van Roy aka Suicide Commando, dopo circa quattro anni dal precedente When Evil Speaks. Come i fan avranno notato, la grinta del belga non ha avuto cedimenti e questo Forest Of The Impaled, uscito nel trentunesimo anno di attività e dopo numerosi successi che ne hanno fatto una delle icone del genere dark-electro, non delude – ma neanche sorprende – dimostrando comunque tutta la sicurezza ed il mestiere che possiamo aspettarci da una carriera lunga e soddisfacente. Qualcuno ha rilevato, in questo disco, una tendenza ad inserire sonorità meno aggressive ed un maggior gusto nella sperimentazione: in ogni caso, gli undici brani sono, a mio parere, caratterizzati dal solito impeto, lo stile non è mutato se non per proporre qualche intrigante variazione: è il caso dell’opener “The Gates of Oblivion”, il cui esordio fantasioso, con l’intervento di piano, suoni orientaleggianti e voci sinistre, è degna introduzione per il denso, quasi infernale scenario che, con la collaborazione di Ner0 (Psyclon Nine) al synth e Yone Dudas alla parte vocale, si dilata per più di sei dolorosi – ma mai faticosi! – minuti. Poi “My New Christ” si allinea a tradizionali canoni EBM, animati dall’abituale ‘frenesia’ mentre “Too Far Gone”, ferma restando la ritmica vivace e il canto ‘raschiante’ presenta un momento più facile e orecchiabile; assai tirata e dal sapore ‘industriale’ la seguente “Death Lies Waiting”, la voce che ripete la frase poco più che un torvo sussurro. Poi, “The Pain That You Like”, che vede la partecipazione di Jean Luc De Meyer, vocalist dei Front 242, si volge nuovamente a sonorità EBM adatte ai dancefloor di genere, per quanto la tendenza a servirsi di elementi pop si lasci ancora percepire, per esempio, in “Poison Tree”, uno degli episodi più ‘accessibili’, o in “The Devil”, dove però l’‘opulenza’ della parte elettronica, con esiti dal colore ‘cinematico’, desta decisamente ammirazione. Delle restanti segnaliamo “Schiz(o)topia”, che, nonostante l’andamento rallentato, è uno dei brani più oscuri e inquietanti e la finale “We Are Transitory”, che conclude con voci registrate, pomposi suoni di fattura ‘classicheggiante’ e paesaggi insoliti e originali un disco che non mancherà di rendere felici i numerosi fan dell’amico Van Roy.

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