The Shyness of Strangers: Time

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The Shyness of Strangers è il progetto del polacco Vadim Kristopher, oggi stabilitosi in Canada, che, in questo debut album Time, mostra tutta la sua passione per la tradizione postpunk, in primis per i Joy Division, palesemente numi tutelari della sua musica. Il nostro ricostruisce fedelmente atmosfere cupe e brumose, abitate da delusione e disperazione: tastiere lamentose, chitarra tormentata e voce tenebrosa e remota sono ingredienti di grande ‘appeal’ anche se ormai arcinoti, per cui bisogna accettarli e goderne esattamente per il valore che hanno. La prima traccia “Serpent River” ha un sinistro ma efficace esordio elettronico che si arricchisce poco dopo di acute note di chitarra in puro stile postpunk, mentre il canto dai toni superdepressi ‘corona’ il tutto. Chitarra ancora più presente, insieme ad un ritmo più sostenuto in “Wrong”, la cui melodia ha però decisamente un sentore di già conosciuto, come è il caso, del resto, della seguente “If It Serves You”, niente affatto sgradevole ma francamente poco originale. Colpisce, invece, “Blood”, che apre con inattese, tetre ‘dissonanze’ per proseguire con andamento serrato ma coinvolgente e anche “Runaway”, che sembra letteralmente ‘grondare’ angoscia, propone la formula delle sonorità ingannevolmente disarmoniche che vanno tuttavia a comporre un quadro di cupa tensione. Ma, poco più avanti, “The Right Time” a mio avviso rasenta il plagio di “Transmission” e anche “Regrets” ricorda in modo impressionante qualcosa – o molte cose? – dei Joy Division. A chiudere l’album, “Everything”, altro brano particolare, che vanta un arrangiamento ‘sintetico’ di notevole effetto e dimostra che l’ispirazione è sacra e, quando c’è, dà i suoi frutti, ma restare troppo aderente ai modelli, invece, è pericoloso.

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