Ariadne: Stabat Mater

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Curiosando qua e là per il web mi sono imbattuto, non ricordo nemmeno bene come, in questo notevolissimo progetto basato a Brooklyn, che pubblica quest’anno il suo secondo lavoro di lunga durata (si tratta di una cassetta, supporto fonografico che qualche anno fa era stato dato per morto e sepolto ma che negli ultimi anni sta riprendendo piede negli ambienti più alternativi). Il gruppo è composto da Christine Papania e Benjamin Forest e descrive se stesso come un duo di musica sacra sperimentale, che ama inframezzare il ritualismo della spiritualità antica con l’iconografia secolare del postmoderno. Definizione non facile da visualizzare ma, una volta ascoltata la loro musica, ci si rende conto del fatto che è molto azzeccata. Stabat Mater è costituito da venti brani di breve durata (si va dai cinquanta secondi di “She beneath” ai cinque minuti di “On your knees”, ma la durata media dei brani si aggira intorno ai due minuti), costituiti dalla sovrapposizione di manipolazioni elettroniche di stampo industrial e di una voce femminile che interpreta brani di apparente matrice madrigalistica, non disdegnando in alcuni tratti l’utilizzo di tecniche monodiche (quelle dei canti gregoriani, per intenderci) o di momenti parlati o sospirati; la voce di Christine Papania è splendida e la nostra vanta un curriculum interessante: ha infatti ottenuto un diploma presso l’università Jacobs School of Music dell’Indiana, dove amava anche frequentare l’Early Music Institute e dove ha maturato un interesse sia per la musica antica sia per quella contemporanea; in questo periodo ha cantato in diverse formazioni corali dedite alla musica antica. L’accompagnamento è a tratti estremamente minimale mentre in altri è piuttosto rumoroso e preminente rispetto alla voce. Non credo valga troppo la pena scrivere i brani singolarmente, anche in considerazione del numero molto elevato degli stessi; durante tutta la durata l’album mantiene un rigore notevole e una forte coesione e, come ci si può aspettare date le premesse, l’ascolto può risultare piuttosto ostico ma la forte personalità della proposta musicale è, a mio giudizio, assolutamente da premiare, perché questo Stabat Mater è un lavoro veramente unico e interessante. Caldamente consigliato anche l’ascolto del precedente Tsalal, risalente a un paio di anni fa.

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