Velvet Kills: Mischievous Urges

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Progetto di origine portoghese nato nel 2015, i Velvet Kills – Susana Santos e Harris Iveson – hanno pubblicato nel 2017 il loro debut album Mischievous Urges per Unknown Pleasures Records. La collocazione del duo è vicina al classico postpunk – non è un caso che nella tracklist del disco figuri la cover di un brano che conosciamo molto bene, “Shadowplay” dei Joy Division – ma la loro musica appare insolita per la presenza di qualche carattere distintivo come gli elementi decadenti ed il sentore vagamente erotico, accentuati dallo stile di canto ‘ammiccante’ di Santos, per altro anche abile bassista. Del resto, il duo si dimostra in grado di sfornare, per esempio, pezzi vivacemente ritmati, adatti al dancefloor, come è attestato dall’opener, “Faster Speed Faster” che procede per oltre sette minuti con moto uniforme e modalità ipnotica, mentre la vocalist offre un primo saggio della sua caratteristica sensualità. “Clog”, già pubblicata in un EP dell’anno scorso, propone un arrangiamento più variegato e originale, ed è Iveson, qui, a dare buona prova alla chitarra distogliendo l’attenzione dall’emozionante charme della compagna; “StonerManiac”, invece, per quanto tesa e impegnativa, appare più che altro come una concessione al pop. Se, poi, sulla cover dei Joy Division c’è poco da dire, se ne sono sentite francamente di migliori, la successiva “Yellow & Purple” si ricollega alla formula ipnotica e ritmata che sembra essere quella più congeniale ai due e “That Joke”, uno degli episodi più riusciti, inaugura un andamento frenetico e affannoso, aprendo uno scenario a tinte assai dark. Delle restanti, infine, segnalo soltanto la conclusiva “Scorpio”, brano gradevole animato da basso e chitarra decisi oltre che dal canto profondo della Santos, sicuramente uno degli elementi che distingue un lavoro in ogni caso dignitoso.

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1 comment

  1. Francesco 16 gennaio, 2018 at 15:22

    Quando gli ho ascoltati mi è sembrato di individuare una Timbrica e una tecnica rievocativa ( per certi versi ) dei miei amati Bauhaus e quindi non potevo esimermi dal commentare questo progetto che a mio parere ha saputo ben coniugare anche sonorità e bassline tipiche di una certa dance anni 80 ( mi sono venuti in mente gli Haeven 17) in un contesto piacevolmente oscuro. Da tenere d’occhio secondo me. Potrebbero stupirci in futuro

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