This Grey City: III

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Terzo lavoro per il progetto francese This Grey City. Sempre fedeli alla tradizione postpunk, principalmente il ‘verbo’ dei Bauhaus, per questo III Olivier Lang, Paul Fiction e Yannick Rault hanno optato per atmosfere ancora più cupe, con suoni spesso ‘scabri’ e dominate da oscure visioni. Non tutte le sedici tracce dell’album – bisogna ammetterlo – suscitano lo stesso interesse, ma ce ne sono alcune molto belle e di grande capacità emotiva, in particolare quelle in cui emergono la forza e il carisma del vocalist Lang, mentre altre risultano talmente fosche e angoscianti da far pensare al loro utilizzo in un thriller. Apre “The Time Element” con note sinistre e, appunto, ‘cinematiche’: il brano strumentale parte da una base minimale e si arricchisce via via fino a tratteggiare ansia e tormento in modo quasi palpabile. Poi, in “Diaries” ‘dilaga’ il basso sulla scena, rumorismi inquietanti reclamano spazio e la voce, brusca e tagliente, ricorda le peculiari e inconfondibili tonalità di Peter Murphy: la formula postpunk per eccellenza, che si trova anche nella seguente “Between Now & Now” basso e chitarra in valido abbinamento e molto pathos nel canto. Subito dopo, “Unwanted Quest” esordisce con una chitarra tristissima che introduce la parte vocale cupa e incisiva – qui la somiglianza con i Bauhaus è ancora più palese! – mentre “Alive”, uno degli episodi migliori, si avvale, oltre che della bella chitarra, anche di un’efficace trama ‘sintetica’ disegnando un paesaggio di maggior respiro. Non mancano concessioni all’industrial, come è il caso della suggestiva “Waiting”, tutta giocata fra tetre note gotiche e tesi ‘rumorismi’, e l’ispirazione prosegue, poco più in là, nella straniante “Interlude Neuronal”. Voglio poi menzionare l’amara e un po’ truce ballata “Since I’m a Bastard”, il cui testo proviene da Jean-Baptiste Mersiol, e la conclusiva “Chakravidya” con richiami ‘atmosferici’ che appaiono, però, tutt’altro che sereni nonostante il titolo sia presumibilmente connesso alle filosofie orientali: si chiude così un album che conferma sia le potenzialità di This Grey City già evidenziate in passato sia la loro difficoltà a staccarsi un po’ di più dai modelli.

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