A Place To Bury Strangers: Pinned

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Il wall-of-sound tiene ancora benissimo, ed al quinto giro gli APtBS da Brooklin, NY, non mostrano segni di cedimento, procedendo imperterriti lungo il percorso intrapreso nel’ormai lontano (discograficamente parlando sono eoni) 2001 e via via perfezionato, traendo da post-punk, shoegaze e garage/hard rock quegli elementi (il meglio) che in misura variabile hanno caratterizzato le loro pubblicazioni dall’omonimo esordio del 2007 ad oggi. Ed episodi come l’opener “Never coming back” e “There’s only one of us” producono l’effetto straniante di un viaggio sonoro avanti ed indietro nel tempo (coi Joy Division da tenere bene a mente), tra ritmiche marziali dettate da una batteria che scandisce il tempo come un congegno meccanico, bassi dalle traiettorie perfette, chitarre cariche e vocalizzi crepuscolari. Dodici tracce che si immolano sull’altare del feed-back e che a tratti mettono in mostra un’anima incline al rock più enfatico (già presente anche sui precedenti lavori, a la Black Rebel Motorcycle Club), come “Situation changes”, altrove traendo linfa dallo scarno tribalismo post-punk di certi Banshees o dall’urgenza dei Red Lorry Yellow Lorry. Non mancando pure d’osservare di sbieco la grandiosità goth/glam espressa dai Bauhaus, stracciando i lustrini e mettendone spietatamente a nudo l’essenza: coltri di rumore bianco che ricoprono come cenere gli spartiti vergati da Ronson, spoglie di un’epoca che ritorna, sempre, o che non ci ha mai abbandonato. Anche negli episodi più rallentati, come nella stravolta ballata dreamy “Was it electric”, che li riappacifica con gli Slowdive, perché ad un certo punto necessaria è una sosta a meditare, a cacciare l’ubbia in un angolo e sognare, mantengono ben alta la tensione, tanto da indurre in chi ascolta la sensazione che tutto, da un momento all’altro, possa collassare attratto dal buco nero d’effetti che costituisce il loro armamentario. E dal vivo? Sembrano confezionate apposta per il palcoscenico, al quale il terzetto è abituato, perché i membri cambiano ma APtBS rimane ancora “the loudest band in NYC”: li vidi nel luglio del 2009 co-headliner (con The Raveonettes) del Village Voice Festival in Coney Island, e venni investito dal loro furore espressivo. Ormai “nome pesante” dell’indie, APtBS marcano con Pinned un punto da far valere in sede di consuntivi di fine anno e, credetemi, è giusto che sia così.

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