Abraham Merritt “Il vascello di Ishtar”

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La letteratura fantastica migliore ha sempre usato la mitologia e le antiche leggende come un pozzo senza fondo a cui attingere. Autori come Arthur Machen con il suo Gran Dio Pan, Jean Ray con le divinità greche di Malpertuis, Lord Dunsany con il pantheon degli Dei di Pegana, Gustav Meyrink con la leggenda “cabalistica” trattata in Der Golem e H.P. Lovecraft con la ponderosa mitologia di divinità aliene nota come “i miti di Cthulhu” sono solo alcuni nomi fra chi ha usato miti vecchi e chi ne ha creati di nuovi. Abraham Merritt è un altro scrittore, contemporaneo di Lovecraft da cui era stimato, che ha scelto la “mitologia” come fonte di ispirazione per la sua produzione. Grande esperto di civiltà perdute e degli antiche segreti dei Maya, Merritt, negli anni d’oro dei pulp magazines – anni ’20 e’30 -, fu molto popolare e amato dal pubblico più dello stesso Lovecraft che ha avuto invece gloria postuma. La sua particolare formula, che prevedeva l’unione di fantastico, scienza e occulto legati ad antichi misteri risalenti ai primordi dell’umanità, si rivelò particolarmente efficace e fortunata. Un romanzo come Il pozzo della luna (The Moon Pool) del 1912 riscosse un grande successo e, secondo Lovecraft, rimane forse la sua opera migliore. Il Solitario di Providence gli rimproverava però una certa indulgenza verso uno stile grossolano per venire incontro al pubblico delle riviste popolari. In ogni caso Merritt ha saputo mantenere sempre un elevato standard qualitativo e libri come come Il volto nell’abisso (The Face in the Abyss) e Gli abitatori del miraggio rifulgono ancora oggi di una genuina propensione verso il fantastico. Così come Il vascello di Ishtar (The Ship of Ishtar) del 1926, forse la sua opera più ambiziosa, in cui ha fatto rivivere gli antichi Dei della religione mesopotamica come la Dea dell’amore, della fertilità e dell’erotismo Ishtar (Inanna nella mitologia sumera) e il Dio della Morte Nergal. Il protagonista della storia, John Kenton – alter ego dello stesso Merritt, acquista un blocco di pietra dove è custodito un vascello in miniatura: si tratta di una sorta di simbolo microcosmico attraverso cui accedere a una dimensione parallela posta su un piano macrocosmico della realtà dove si celebra una sfida terribile e senza tempo fra Ishtar e Nergal. Kenton si troverà suo malgrado al centro di questa battaglia spietata navigando sul vascello e alternando momenti in cui si ritrova nella sua stanza di New York ad altri in cui si abbandona al mito: alla fine sceglierà di abbandonarsi a quest’ultimo. Si tratta di una lotta fra il Bene e il Male e, in questo senso, troviamo delle differenze con Lovecraft dove questi concetti non venivano contemplati essendo le sue divinità incomprensibili all’uomo. Ora, grazie all’editore Il Palindromo, “Il vascello di Ishtar” viene infine ristampato nella collana “I tre sedili deserti”, un progetto di Giuseppe Aguanno, a distanza di 40 anni dall’edizione della Fanucci. Per l’occasione, si è scelto di presentare la prima versione del 1926 inedita in Italia. Notevole l’apparato critico che presenta, oltre alla vecchia introduzione degli esperti Gianfranco De Turris e Sebastiano Fusco, pionieri dell’interpretazione simbolica del fantastico in Italia, una lunga disamina di Andrea Scarabelli e una biografia di Maria Ceraso. Vengono anche mostrate alcune illustrazioni del grande Virgil Finlay concepite per questo romanzo. Si tratta di un’occasione imperdibile per rileggere un grande autore forse caduto un po’, ultimamente, nel dimenticatoio. Eppure i suoi tempi non sono così lontani.

Abraham Merritt “Il vascello di Ishtar” – Il Palindromo – collana “I tre sedili deserti” – 467 pagine – 2018 – Euro 26

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