“Il filo nascosto” di Paul Thomas Anderson: guai ai ghiotti!

0
Condividi:

Il filo nascosto, l’ultimo lavoro di Paul Thomas Anderson, è l’ulteriore testimonianza di un dato che emerge dalla maggior parte delle uscite di questo periodo: il cinema mondiale, per ora, sta veramente bene. Forse non riceverà tutti i premi Oscar per i quali è stato proposto e, di certo, non ha la stessa forza di coinvolgimento di altre opere come, per fare un esempio a caso, Chiamami col tuo nome: resta il fatto che Il filo nascosto è un film acuto e interessante che racconta con molta eleganza – oltre a contribuire a chiarirle! – alcune particolari dinamiche del rapporto di coppia. I personaggi al centro della vicenda non sono figure ‘usuali’ nelle quali, cioè, possa riconoscersi l’uomo comune, ma gli splendidi attori che li interpretano – Daniel Day-Lewis nelle vesti dello stilista Reynolds Woodcock e Vicky Krieps che impersona sua moglie Alma – sanno intelligentemente farne degli ‘archetipi’ che sia possibile astrarre dai loro specifici ruoli, trasformando le loro insolite caratteristiche in occasione di riflessione per tutti, anche se la maggior parte di noi non ha probabilmente vissuto esperienze analoghe.
Per come viene presentato nelle prime scene, il nostro raffinato creatore di moda sembra abbastanza incapace di amare profondamente una donna; egli si comporta, più che altro, come un artista un po’ capriccioso che, grazie al suo estroso talento, ha raggiunto una posizione importante nell’alta società londinese del dopoguerra: gratificato dalle lusinghe delle ricche acquirenti dei suoi modelli e accudito da un’autoritaria sorella che gli ha costruito intorno una sorta di corazza protettiva con lo scopo di tutelare il lavoro della ‘maison’, Woodcock vive, in una prigione dorata, un’esistenza maniacale e dominata da vere e proprie ossessioni, in cui il primo posto è occupato dai vestiti che disegna e, in effetti, il gentil sesso è ‘usato’ come ‘ispirazione’ o all’interno di relazioni in ogni caso subordinate alla sua attività, che si esauriscono rapidamente e vengono poi liquidate dai provvidenziali interventi della terribile Cyril.
Ma anche un personaggio del genere, con il quale nè il pubblico femminile nè quello maschile è in grado di ‘empatizzare’, può, all’improvviso, mostrare un punto debole: delizioso è l’innamoramento fulmineo fra lui e la giovane e apparentemente candida cameriera di un caffè, come una scintilla – o una bomba? – che scocca/esplode in una vita uniforme e fondamentalmente arida. Alma concepisce la loro relazione come una condivisione di sentimenti e di intenti, senza spazi riservati o esclusivi. Questo comporta, ovviamente, che la sua presenza si senta forte e chiara nella sfera personale come in quella sociale e lavorativa e, per quanto riguarda l’ultimo aspetto, essa venga a scontrarsi con il sistema instaurato dalla fredda e intransigente sorella (l’ottima Leslie Manville). Il conflitto si riflette inevitabilmente all’interno del rapporto amoroso, lasciando emergere una crepa prima latente, poi evidentissima.
Meno drammatico ma forse più ‘interessante’ sul piano fenomenologico di Rebecca che, sicuramente, ha fornito al regista idee e spunti, Il filo nascosto descrive l’evoluzione del legame di coppia con un ri-bilanciamento dei ‘poteri’ che conduce, se non ad una inversione dei ruoli, quanto meno a una loro armonizzazione secondo modalità originali. Se Alma inizialmente fatica a conquistare il posto che le spetterebbe a fianco del suo partner, una volta compreso che far leva sul sentimento o sulla passione sessuale non porta i risultati sperati, riesce a raggiungere l’obiettivo ponendo Woodcock in un’imprevista condizione di debolezza e, conseguentemente, di dipendenza, per così dire, fisica, rendendo indispensabili assistenza e premure prima disprezzate. Il filo nascosto non è il solito film su un amore ‘malato’ o, comunque, ‘pericoloso’, bensì un’autentica storia d’amore: il discutibile metodo scelto da Alma per ristabilire l’equilibrio nel matrimonio non è che l’estremizzazione metaforica dell’intervento deciso e radicale che, solo, può scalfire la ‘durezza’ di un uomo inaccessibile sotto ogni aspetto ma, in effetti, prigioniero del proprio personaggio. Il ‘gioco’ che, da quel momento, la donna conduce, con i suoi risvolti ‘gialli’, è intrigante per lo spettatore e, alla fine, è accettato di buon grado anche dal marito che, con garbo e un po’ di rassegnazione, cede a lei, musa, compagna e ‘nutrice’, il controllo della loro storia. La grandezza di Daniel Day-Lewis in quello che, come ha annunciato, è il suo ultimo ruolo, è stata oggetto di ogni genere di commenti ed elogi; anche la Krieps, in verità, si dimostra interprete fine e sensibile di una figura femminile insolitamente forte e ben cosciente di sè, contribuendo ad animare con la passione e con un impalpabile tocco di perversione una pellicola fra le più convincenti di Paul Thomas Anderson, che va assolutamente vista.

Condividi:

Lascia un commento

*