La Dolce Vita, Trieste 3/03/2018

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Foto di Claudio Stor © Licht und Blindheit

Un suono secco e nervoso che corre su d’un filo teso, reso nella sua intima essenza da un quartetto che non cede alla celebrazione fine a se stessa di un’epoca, un periodo ben delimitato (circa 1977/78/79), quando la furia cieca del punk si tramutò in rabbia sì, ma più misurata, in un impulso semi-razionale in bilico tra il baratro dell’auto-distruzione ove molti precipitarono e la spinta irrefrenabile ad edificare un suono immaginifico pur aderendo ad una fredda austerità, facendo sì che la portata della rottura determinatasi nel ’76 non venisse dispersa. Segnando un punto preciso tra il prima ed il dopo, una crepa temporale stretta che ha lasciato scorrere attraverso essa una serie di dischi di capitale importanza. Sì, il suono, un pugno di canzoni veloci che possiedono una eleganza sobria ed un animo indomito; suscitano il fascino irraggiato da inni generazionali composti mentre tutto pareva finire, bruciare, fallire. Di chi si rifugiava in due/tre minuti di accordi basici, di note letteralmente sparate contro un muro di indifferenza destinato ad essere abbattuto. Lo Spirito del ’77, sì, non è uno slogan buttato lì tanto per fare effetto su chi non lo ha vissuto, ed è quello che traspare dagli sguardi determinati dei musicisti che non limitano la loro azione agli angusti spazi di un palco ritagliato in un angolo, ma che vanno oltre. Brani aderenti ad una formula che hanno mandato a memoria, ma che non ripetono come un esercizio di stile fine a se stesso. Il quadrilatero fortificato costituito da chitarra/basso/batteria/chitarra, peccato per un suono certo non impeccabile e per la voce quasi impercettibile, ma quel che conta è appunto lo Spirito.

La desolazione urbana osservata con occhi di ragazzo dalla finestra che dà su d’una via brulicante di reietti, il lampo accecante dell’intuizione; le ritmiche secche sostenute da una batteria marziale e da un basso che frusta, le chitarre affilate come i bordi d’un foglio di carta che tagliano i polpastrelli, trafiggendoci di dolore che scuote il sistema nervoso e che sale fino al cervello, attutito da una melodia mai troppo manifesta. La Dolce Vita spazza via il prurito nostalgico proponendo un set irruento che brucia in fretta, lasciando dietro di sé cenere da spargere al vento come in un cerimoniale funebre, tra statue silenti che paiono accompagnare con lo sguardo freddo l’urna trattenuta da mani tremanti; ricorrendo alla retorica del post-punk, inevitabile, è il suo marchio, nulla di strano, osservateli mentre suonano cercando il contatto con chi ascolta. Usciti indenni da una campagna principiata sulle ali dell’illusione, ma non ancora terminata. Il bastione percussivo assiso su d’un rialzo, gli altri giù, fanteria leggera che sfoggia la divisa d’ordinanza ancora in ordine mentre s’immola sul muro del suono.

Licht und Blindheit cambia venue, si torna in viale XX settembre, uno dei miei luoghi preferiti di Trieste (che ne cela molti, oltre ai più noti). Spazio angusto che non mette a disagio il complesso, tutt’altro, d’altronde l’esperienza, diceva mio nonno, non l’acquisti a peso. Bella serata, speriamo che a questa altre seguano, L+B ci ha viziati con proposte sempre perfettamente centrate, meritano un plauso incondizionato, operando in situazioni non certo semplici, e l’incoraggiamento di tutti noi. A volte basta davvero poco, una manciata di belle canzoni e lo sguardo fiero di chi le suona…

Scaletta:
Intro
Brighter at night
Question time
3.17
Confessions
Artificial
On the run
Lost
Not ready
Shadows
Your eyes
Liar
Ambition
The 15th (cover Wire)
Wisteria

Line-up:
Massimo Sebastianutti – voce e chitarra
Maurizio Mazzon – chitarra
Roberto Pacagnan – basso e voce
Sergio Celeghin – batteria

Foto di Claudio Stor © Licht und Blindheit

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