Marilyn Manson: Heaven Upside Down

0
Condividi:

E’ uscito già da alcuni mesi Heaven Upside Down l’ultimo album dei Marilyn Manson e sembra giusto darne conto, anche se varie voci si sono levate a criticarlo: almeno quante, invece, ne hanno preso incondizionatamente le difese. Al lavoro hanno partecipato molti dei musicisti presenti in The Pale Emperor e in effetti l’impostazione non se ne discosta più di tanto, benchè, nelle interviste, il nostro abbia piuttosto tracciato paragoni con i primi dischi come Antichrist Superstar e Mechanical Animals, alludendo ad un’attitudine parecchio hard, addirittura prossima al punk. In verità, Heaven Upside Down ha tutte le caratteristiche di un dark rock solido e duro, con alcuni episodi validi, altri meno ma in genere nessun brano destinato a restare nella storia, in pratica un buon prodotto – vogliamo dire commerciale? – che si ascolta senza problemi ma anche senza provare grandi emozioni. L’apertura è per la vivace “Revelation 12”, più metal che industrial, un po’ convenzionale ma comunque, in linea con lo stile del nostro che si mostra in forma più che sufficiente. “Tattooed in Reverse” appare più complessa nell’arrangiamento, che vede anche una parte ‘sintetica assai riuscita, e il ‘reverendo’ è al pieno del suo ‘charme’ come è attestato dal video assai godibile cui partecipa, fra gli altri, Courtney Love: raccomandato agli amanti delle esagerazioni. “We Know Where You Fucking Live”, primo singolo uscito, propone suoni più tosti e aggressivi, con sfumature sensuali che si apprezzano ancor meglio corredate dal video con le sexyssime suore terroriste – come non divertirsi con  i video di Manson? – che si segue con vero stupore. Poi, “Say10” apre su un’atmosfera tesa e provocante, qua e là sull’orlo di un incubo, ben condotto da chitarra e drumming – meglio tacere sul video interpretato da Johnny Depp! – e dopo, “Kill4Me”, uno degli episodi migliori, rientra in canoni industrial metal con molta eleganza. “La successiva “Saturnalia” più lenta e orecchiabile, è ben servita dalla chitarra di Bates e dal basso di Ramirez, ma non è fra le tracce memorabili di Manson, considerando che dura fra l’altro quasi otto minuti, e anche su “Jesus Crisis” o la seguente “Blood Honey” nel complesso si può sorvolare. In chiusura la criticatissima title track si rivela invece un piacevole quanto poco emozionante diversivo e “Threats of Romance” scivola tristemente nella banalità, concludendo così un album non proprio deludente ma neanche entusiasmante.

Condividi:

Lascia un commento

*

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.