“Quello che non so di lei” di Roman Polanski: amicizie imprudenti…

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Molti dei nostri miti stanno invecchiando e nel farlo, dopo una carriera che dura da anni, rivelano magari debolezze e discontinuità che non ci saremmo aspettati. Roman Polanski fa sicuramente parte della categoria e alcune sue pellicole sono piaciute più o meno di altre, ma archiviare come deludente Quello che non so di lei, il suo ultimo lavoro, sarebbe davvero troppo, anche se, sfortunatamente, non merita di essere annoverato fra i migliori. Basato sul romanzo Da una storia vera di Delphine de Vigan, autrice francese non tanto nota da noi, il regista ribadisce qui i suoi legami con la letteratura o, meglio ancora, con la scrittura: non dimentichiamo che sia Carnage che Venere in pelliccia sono tratti da testi teatrali mentre L’uomo nell’ombra, sempre ispirato da un libro, affronta il tema del ghostwriter, così caro a Polanski da essere ripreso anche in questa circostanza.
La vicenda ricalca, per forza di cose, quella narrata della De Vigan, che aveva veste autobiografica: la protagonista è dunque una scrittrice di nome Delphine che, dopo aver pubblicato un romanzo molto personale e intimo, si sente svuotata e incapace di riprendere a lavorare e, proprio in questa delicata fase esistenziale, incontra una sconosciuta, presentatasi a lei come una ghostwriter sua grande ammiratrice: essa riesce a introdursi gradualmente nella sua vita, sconvolgendola. Il film descrive da vicino l’evoluzione di questa conoscenza, dall’approccio in un’occasione pubblica all’impulsiva decisione di una sia pur provvisoria convivenza: due figure che sembrano comprendersi e ‘filare’ in perfetta armonia scoprono poi, in breve tempo, che la loro amicizia è molto complicata, forse troppo. La storia assume rapidamente i contorni del thriller, perchè la misteriosa ‘Lei’ tende a invadere la sfera personale della scrittrice, anche l’ambito più riservato, intervenendo in quelle situazioni in cui Delphine, visibilmente provata dallo stress legato alla promozione del suo libro, si trova in difficoltà. Tutto quello che appartiene alla vita privata di quest’ultima – contatti, incontri, posta – viene così forzatamente condiviso, le interferenze dell’estranea cominciano ad avere delle sgradite conseguenze e anche la lucidità dell’esausta scrittrice inizia a venir meno, tanto che le sue visioni finiscono con il sovrapporsi alla realtà creando un torbido clima di ambiguità nel quale, per lo spettatore, diviene difficile comprendere che cosa avviene e che cosa è frutto di febbrili fantasie.
Polanski ha scelto due attrici pochissimo somiglianti fisicamente ma molto belle e di grande talento per rappresentare le figure centrali, legate da una relazione enigmatica che alterna ‘scintille’ di serenità a situazioni di vera e propria angoscia: Delphine si sente sempre più oppressa dal comportamento dell’altra e, nonostante creda di potersene servire per ritrovare l’ispirazione artistica, usando la sua storia, si ritrova invece a fare i conti con limitazioni crescenti che, ad un certo punto, le impediranno di interagire con il mondo esterno – qui l’analogia con Misery non deve morire è solo un’ovvietà – per arrivare infine ad una conclusione ‘agrodolce’. Tuttavia, a tale conclusione, si perviene alquanto ‘oberati’ dai dubbi e, mentre si ammira l’abile regia, la bellezza formale della fotografia e le splendide prestazioni di Seignier e Green, ci si arrovella per radunare i fili della vicenda e  ci si interroga sulla natura reale o immaginaria dei personaggi o, almeno, di alcuni di loro: evidentemente la coerenza, per Polanski, in questo caso non era prioritaria, com’è accaduto anche in altri suoi film ove però la mancanza era compensata da differenti motivi di fascino. Si consideri che la sceneggiatura ha visto la collaborazione di Olivier Assayas e chi abbia avuto la fortuna di ammirare l’ottimo Personal Shopper ne rileverà l’influenza in vari aspetti o vaghe affinità– qui, per esempio, i misteriosi messaggi al cellulare sono sostituiti dalle lettere anonime ricevute dalla scrittrice – e, in particolare, nel disegno delle figure femminili.
Al di là delle eventuali riserve, Quello che non so di lei rimane un’opera di alto livello che si segue tutto il tempo con vera trepidazione, non manca di riuscitissimi colpi di scena e seduce con lo splendore di due fra le più fascinose interpreti del cinema attuale, perfette per incarnare l’ideale di donna del regista, da sempre grande conoscitore dell’indole femminile e dei suoi ‘labirinti’.

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