We Are Waves: Hold

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Il terzo disco lungo dei torinesi We Are Waves si apre con la piccola meraviglia “ottantiana” che porta il titolo di “I can’t change myself”, una dichiarazione ovvero una presa di posizione, chissà, certo è che, tra la melodia perfettamente bilanciata ed il cantato di Fabio Viassone che ricorda quello di Billy MacKenzie, la curiosità per ciò che ci attende nel seguito lievita. L’amore incondizionato che gli WAW condividono per le sonorità che citano nel nome è evidente, e si concretizza in dieci tracce che, badate bene, nulla concedono al mero revivalismo di facciata. Non ci si volge solo al passato bensì si osserva con attenzione anche il presente che si manifesta nella produzione eccellente della quale Hold beneficia e che palesa una cura dei suoni fin nei minimi particolari, ispessendoli quando serve, altrove sottraendo (“Lynn”); lo stesso dicasi per i testi, sottoposti a severa revisione, e quanto le liriche siano importanti in un contesto sempre più aperto e “globale” non lo scopriamo ora. Qui e là il quartetto rilascia tessere che vanno raccolte, per definire il mosaico composito che Hold rappresenta nemmeno una va smarrita, ed è da valutare la portata di un episodio come “Maracaibo”, col quale gli WAW si espongono vieppiù all’auspicabile confronto con una audience ben più ampia di quella cosidetta “di nicchia”. Un azzardo? Limitarsi a giacere in un comodo limbo è commettere peccato, semmai ricercare apprezzamento ed ampliare la propria visione (a questo sicuramente avrà giovato la frequentazione live di complessi di più varia estrazione) fa parte del gioco, se si vuole progredire. E Hold compie un deciso ed ulteriore passo in avanti rispetto al già buono “Promises”, l’articolata ed introversa “Mirrors” penetra sottopelle, le esplosioni di chitarra e synth di “See the light” gettano ponti fra ieri (gli Ultravox! ed il Numan di “For all those times”) ed oggi, ma già si programma il futuro: atmosfera secca, quasi asettica, fraseggi puliti di un nitore che abbaglia. Ed a chiudere l’immaginario cerchio che Hold scolpisce sul marmo ci pensa “Head in the ocean”, florilegio di umori “cureiani” a loro comngeniali (su “Labile” rilessero “A forest”), eppoi quel finale epico sorretto dalle tastiere non rimanda ai più ispirati Simple Minds, tanto per rafforzare il concetto? Resta da mettere a punto ancora qualche particolare, poi agli WAW nulla sarà precluso, è solo questione di tempo.

Per informazioni: http://www.meatbeat.it
Web: http://www.facebook.com/wearewavesmusic
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