A Perfect Circle: Eat the elephant

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Diciotto anni fa “Mer de Noms” deflagrò nell’universo dell’alternative-rock con tutta la potenza dei suoi contenuti e di un nome che accomunava il carisma di MJ Keenan e l’esperienza di Billy Howerdel. Se il primo appuntava sul petto la medaglia di cantante di uno dei gruppi più influenti e venerati degli ultimi trenta anni di musica, il secondo aveva acquisito esperienza e rispetto come tecnico del suono di Bowie, NIN, Smashing Pumpkins (segnateveli) e non solo.

 

Diciotto anni, un’infinità. Ma chi segue APC/Tool deve fare professione di pazienza (Ashes Divide e Puscifer non hanno certo placato la fame). Attendere nuove manifestazioni, valutare ogni indizio, ogni notizia. “Thirteen step” giunse a “soli” tre anni dall’esordio, poi “eMOTIVe” che tanto riempitivo, in qualità di raccolta di cover, non era, e l’EP “Deep cuts” del 2009, nessun inedito però. E finalmente Eat the elephant, dodici canzoni nuove di conio quattro delle quali incaricate del ruolo di apripista. Chiaro che un silenzio così prolungato provoca di conseguenza l’acuirsi di una curiosità morbosa, eppoi oggidì ancora ha senso catalogare un disco come “alternativo”? Fiumi di note sono scorsi da “Mer de Noms”, e la pattuglia degli imitatori s’è ampliata. Ma resta indubbiamente il fascino di un progetto che possiede ancora un “senso” proprio, e non va certo inserito nella sezione degli sfoghi di un artista annoiato dalle pause di produzione del gruppo-madre. Chiaro poi che è proprio l’aspettativa amplificata ad incidere sul giudizio finale, e pure falsarlo, se si è fan ciechi.

 

Eat the elephant non è disco che si merita l’appellativo di “epocale”, è però sicuramente un ottimo disco, con le sue vette (tante) ed alcune incertezze (“Hourglass” non riesco a farmela piacere, eppure ha un che di goth…). Suona sincero; il piano spesso fa la sua comparsa (“DLB”, breve e caratterizzata da una inclinazione cinematografica), anche il violino, le chitarre salgono al cielo (“Delicious” vi scaraventa indietro agli anni novanta, ma senza recare quel fastidioso senso di “già sentito”, mettetela in loop ed ascoltatela per il puro piacere di farlo), anche le canzoni che al primo ascolto non vi convinceranno nel tempo cresceranno, perché Eat the elephant è lavoro solido destinato a resistere all’obsolescenza. Vi sorprenderete per una frase di basso (“Get the lead out”), per una chitarra che “entra” proprio in quel preciso momento, e vi cambia la prospettiva del brano. E’ così per la title-track che delicatamente vi apre le porte, per “Disillusioned” che ritorna sui suoi passi, per le melodie rarefatte di “The contrarian”, per “The doomed” segnata da un percussionismo impavido, per “By down the river” (le chitarre… vi siete segnati Smashing Pumpkins? Iha ormai è un veterano di APC e Howerdel è assai intelligente, perché lasciarsi sfuggire l’occasione?), per una “So long, and thanks for all the fish” dal titolo questo sì geniale, e dal testo non da meno, perché MJK è pazzo e pure per questo gli vogliamo bene. Anche l’insieme, con Matt Mc Junkins e Jeff Friedl a presidiare la sezione ritmica, pare più coeso in prospettiva “live”; APC non è mai stato una semplice raccolta di figurine, ma su Eat the elephant la sensazione che il senso compiuto della spedizione sia unitario è ancora più presente.

 

Per la prima volta a MJK ed a BH si affianca un produttore “esterno”, David Sardy, uomo dalla visione ampia e dal c.v. inattaccabile. Uno che non limita il raggio della propria azione ad un confortevole ambito limitato, perfetto quindi per APC e per Eat the elephant, il tassello necessario, perché appunto c’era da sfidare un silenzio lungo tre lustri (da “Thirteen…”) ed il mondo, anche quello musicale, è cambiato. Si lavora a distanza, poi si assembla, si imbastisce e si cuce, una volta confezionato l’abito va provato con estrema cura, ogni piega deve cadere perfettamente. Tant’è che ha ancora un senso chiamarlo “alternativo”? Sì, certo (“Feathers”), ma anche maturo. Ed adesso tocca ai Tool, ma quella sarà sicuramente un’altra storia…

 

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