Lebanon Hanover: Let Them Be Alien

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Non voglio nascondermi dietro ad un dito e desidero mettere le cose in chiaro. Per chi segue la Fabrika Records e le band ad essa collegate, il concetto di “novità” deve per forza di cose essere ridimensionato. Di novità vera e propria, intesa come “cambiamento”o “innovazione” non si parla mai. Corretto è invece avvicinarsi alla materia trattata rispolverando il concetto di “rielaborazione”, “tributo”, di certo molto più pertinenti alla linea musicale della casa discografica.

Questa doverosa premessa era necessaria per indicare sin da subito il target al quale questo nuovo Let Them Be Alien, ultima fatica dei Lebanon Hanover è destinato: a tutti coloro che non cercano qualcosa di nuovo, ma preferiscono crogiolarsi in un passato risalente ad ormai quasi quaranta anni fa. Le 10 nuove canzoni gravitano tutte prepotentemente attorno ai Cure di Faith, richiamandone le atmosfere decadenti e la ritmica metronomica con un’unica differenza. I Lebanon Hanover non sono e non saranno mai i Cure. Se si accetta questo semplice ma allo stesso tempo rigoroso ragionamento, allora “Let Them Be Alien” è un disco che può solo piacere. Non potrebbe essere altrimenti.

Come sempre nei brani si alternano alla voce la litania funerea della Iceglass, e Maybelline, con il suo timbro cavernoso, e spesso fa capolino nella melodia dettata da basi elettroniche e linee di basso glaciali, il sax, vero e proprio marchio di fabbrica dei Lebanon. Ma se il singolo di presentazione dell’album, “Alien”, canzone tutt’altro che stimolante e di certo non supportata da un video all’altezza, faceva giustamente presagire il peggio, in realtà il resto del disco si assesta su livelli soddisfacenti, mettendo a segno alcuni colpi notevoli che hanno in un certo senso “aperto” il suono dei Lebanon verso orizzonti più affini al sound dei Depeche Mode di “Black Celebration”. Mi riferisco a canzoni come “True Romantics” e a “Silent Choir” che rimangono ben impresse sin dal primo ascolto.

È doveroso segnalare come una canzone in particolare “Gravity Sucks”, non so quanto volutamente, sia davvero importante nell’economia del lavoro, riuscendo a risollevare le sorti dell’album. Trovandosi infatti al secondo posto della tracklist, dopo la stantia “Alien” ben dispone all’ascolto anche chi, come il sottoscritto, era rimasto un po troppo deluso dal singolo.

In definitiva nel 2018 i Lebanon Hanover incarnano alla perfezione la band ideale per tutti coloro che amano il suono post-punk e dark wave cristallizzato in “quella” determinata epoca. Come se i Cure avessero continuato eternamente a fare “Faith”. La domanda è: ne vale veramente la pena?

Per i sottoscritto indubbiamente si, non in senso lato sia inteso, perché occorre anche altro, ma in definitiva c’è bisogno anche di questo ed i Lebanon Hanover sono una certezza.

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