“The Happy Prince” di Rupert Everett: miti al tramonto

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Che Rupert Everett fosse un ammiratore di Oscar Wilde e, da molti anni, nutrisse il desiderio di realizzare un’opera su di lui, non è un segreto e non sorprende che la passione per lo scrittore l’abbia indotto ad interpretare lui stesso il personaggio nonostante questi avesse, all’epoca della sua morte, soltanto quarantasei anni, e fosse dunque ben più giovane di quanto non sia, oggi, l’attore inglese. Il motivo di tanta venerazione per questo irlandese affascinante quanto fragile che, nell’Inghilterra di fine 800, pagò in modo durissimo le sue scelte di vita anticonformiste, sempre caratterizzate da una coerenza e una sincerità esemplari e un po’ spietate è, di certo, comprensibile, se ci soffermiamo a riflettere sulla biografia di Everett. La figura di Wilde, comunque, è stata al centro di altre pellicole in passato, ma in nessuna era trattato nei dettagli, come invece è stato fatto qui, l’ultimissimo periodo della sua esistenza, quando cioè la fase del successo e della fama si era ormai esaurita e lo scrittore versava in condizioni problematiche, sia dal punto di vista della salute che riguardo alla situazione economica. Al suo fianco solo i ‘fedelissimi’, gli amici di una vita e gli affetti trovati ‘per strada’, lontani, invece, i congiunti, soprattutto i due figlioletti, per i quali aveva scritto le storie che, ora, alla fine della sua vicenda umana, finisce con il raccontare ad altri, appassionati ascoltatori.

Everett, alla prima esperienza da regista, sceglie dunque di descrivere un artista ormai al tramonto, fiaccato dall’esperienza del carcere e amareggiato dagli attacchi subiti dai moralisti, intimamente solo, anche se desideroso, in qualche modo, di recuperare i rapporti più importanti, in particolare la famiglia, che sa di aver sacrificato ad altri suoi amori. Nel film non si affrontano, dunque, temi connessi al genio artistico di Wilde, ma ci si sofferma esclusivamente sulla sua storia di uomo, con le difficoltà di farsi accettare – lui, così sprezzante della mentalità corrente e della società ‘bigotta’ dei suoi tempi – da un mondo che prima l’aveva ‘festeggiato’ come un innovatore facendo di lui una figura di gran moda e poi l’aveva trattato come un criminale, isolandolo e, infine, condannandolo per la sua omosessualità a due anni di lavori forzati. L’occhio del regista si posa anche sulla relazione tormentata e ‘pericolosa’ dell’artista con il  giovanissimo Lord Alfred ‘Bosie’ Douglas, oggetto ‘maledetto’ del suo amore, che viene qui rappresentato come un nobile capriccioso ed egoista, una natura un po’ meschina e palesemente incline al vizio, che non sa corrispondere compiutamente ai sentimenti dell’altro, mostrandosi piuttosto preoccupato del raggiungimento del piacere immediato, impossibile da perseguire in assenza di disponibilità economica. Ma l’ispirazione che, in passato, aveva guidato Wilde nella creazione di opere di successo sembra essersi sopita, per quanto egli, al fine di poter rendere la propria condizione meno disagiata, la ricerchi disperatamente: la drammatica situazione lo costringe ad affidarsi alla compassione dei pochi amici rimasti che, con il loro aiuto, gli consentono almeno di sopravvivere.

The Happy Prince, curato in ogni dettaglio con precisione e competenza – non si può non menzionare le musiche di Gabriel Yared o la fotografia di John Conroy – appare come un film più di ‘personalità’ che di ideologia e il suo fascino è incentrato principalmente sull’interpretazione intensa e ‘partecipata’ di Everett, che conferisce al personaggio un alone tragico e decadente, con modalità quasi ‘viscontiane: in qualche punto, il suo atteggiamento e gestualità richiama alla memoria la recitazione dolorosa e patetica di Dirk Bogarde ne La morte a Venezia, di cui la scena sulla spiaggia insieme al gruppo di giovani appare, in sostanza, come una citazione. Rispetto a quella di von Aschenbah, la vicenda personale di Wilde risulta, per forza di cose, più toccante, e le difficoltà che l’hanno caratterizzata quasi costantemente sembrano essersi riflesse, per così dire, anche sulla genesi di questo film se è vero, come si è letto, che Rupert Everett abbia dovuto attendere a lungo prima di trovare i finanziamenti necessari a realizzarlo; eppure, oggi, la figura dello scrittore è stata, anche se con fatica, rivalutata e il valore della sua opera definitivamente riconosciuto.

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