“A Beautiful Day – You Were Never Really Here” di Lynne Ramsay: datemi un martello!

0
Condividi:

Nonostante sia tratto da un libro, A Beautiful Day – You Were Never Really Here è un film che si fa molto più ‘vedere’ che raccontare. Questo perchè la regista Lynne Ramsay, fino ad oggi non troppo nota, se non alla critica, ha una capacità visuale e di rappresentazione fortemente originale e innovativa sulla quale ha potuto puntare, facendo dei novantacinque minuti circa di durata della pellicola un’autentica esperienza sensoriale: se includiamo nel concetto anche l’udito, poi, va menzionata la straordinaria colonna sonora a cura dell’inglese Jonny Greenwood, che alterna passaggi martellanti e adrenalici assai potenti ad altre sorprendenti sortite in musiche d’epoca, contribuendo non poco all’efficacia del ‘messaggio’ La storia narrata, per quanto non banale, ha comunque tutte le caratteristiche dell’action movie e non vi è molto che possa farla ritenere insolita o singolare: ciò che la rende così coinvolgente è da imputare quindi soltanto alla competenza e alla fantasia di una straordinaria regista che, si spera, d’ora in poi venga apprezzata per quello che realmente vale. Tuttavia, il fatto che, al Festival di Cannes dell’anno scorso, nell’ambito di quest’opera sia risultato vincitore, oltre alla stessa Ramsay per la sceneggiatura, anche Joaquin Phoenix come miglior attore protagonista, può far comprendere che i pregi di A Beautiful Day – You Were Never Really Here sono numerosi e non di poco conto. La vicenda di un ‘sicario’ che si è specializzato nel salvataggio di fanciulle minorenni sfruttate sessualmente e, per raggiungere il suo scopo, non esita ad utilizzare qualsiasi strumento, non esclusa la violenza più efferata, ha acquistato, nell’elaborazione della regista e nell’interpretazione dell’attore, una valenza ed un valore di gran lunga maggiori rispetto a contesti analoghi, magari appassionanti e avventurosi ma non così ricchi di umanità e di emozione. La figura del protagonista, poi, il selvatico Joe, sembra letteralmente cucito addosso a Joaquin Phoenix, del quale possiamo dire che si è sempre cimentato in personaggi inconsueti e intriganti, spesso indimenticabili, dando prova ogni volta di versatilità e intelligenza fuori dal comune.
Poco si sa, dunque, dei trascorsi del veterano di guerra Joe, che vive con l’anziana madre in un appartamento qualunque: il suo passato, però, di certo non è stato facile e torna di frequente a tormentarlo sotto forma di visioni o incubi, alcuni dei quali sicuramente più ricorrenti di quanto si possa desiderare. La professione che si è scelto, in ogni caso, lo tiene occupato a sufficienza e, soprattutto lo pone in situazioni complicate e pericolose: i giri di prostituzione non sono ovviamente gestiti da brave persone e liberare le ragazzine che vi sono coinvolte presuppone l’uso di metodi efficaci e anche, all’occasione, il rischio della vita. Questo è tanto più vero quando, ad essere rapita, è Nina, la figlioletta di un uomo politico assai in vista, impegnato in una campagna elettorale importante; la ricompensa offerta merita attenzione e il nostro sicario non sembra preoccupato all’idea di esporsi a gravi pericoli anzi: la grinta e la noncuranza con le quali affronta le circostanze critiche, il più delle volte brandendo un semplice martello, fa pensare che, alla propria sopravvivenza, egli tenga abbastanza poco e non tema troppo neanche la sofferenza fisica. L’evolversi della storia dimostrerà poi che il duro e apparentemente cinico Joe non è così indifferente ma è dotato di un’empatia e di una generosità che si evidenziano nel momento in cui incontra una creatura sola e in palese difficoltà, vittima di soprusi e crudeli maltrattamenti. Il suo lato più umano, già visibile nella relazione con la madre fragile e malata, si manifesta ancora meglio nella ricerca di Nina: di fronte alla mortificazione e alla violenza usata contro l’innocenza, il killer esce dal suo ‘cliché’ e la comprensione e la partecipazione che mostra verso una bambina così malamente usata fa capire la reale natura delle visioni del passato, cui va spesso soggetto, probabilmente connesse a sofferenze di analogo peso.
In ogni caso, per quanto entrambe queste figure, a causa degli oltraggi ricevuti, sembrino non avere più possibilità di recuperare una dimensione dignitosa e una vita normale, Lynne Ramsay offre loro, nel finale, una sorta di via d’uscita, anche se non una vera e propria ‘redenzione’: d’altro canto, in tale contesto, nulla sarebbe potuto apparire più inopportuno di un classico happy end, a conclusione di un’escalation di brutalità, come raramente se ne sono viste al cinema. Le esperienze dolorose, tuttavia, sembrano in qualche modo favorire l’intesa tra i due, facendo intravedere – ma solo intravedere! – un futuro meno negativo.

Condividi:

Lascia un commento

*

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.