Bunuel: The easy way out

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Due dischi in due anni oltre a collaborazioni, pubblicazioni per le denominazioni principali ed altro. Capovilla/Valente/Iriondo più Eugene Robinson (che si porta dietro la signora, voce in due brani) facciamo la somma e tiriamo una riga. Il rimbombo e la voce strascicata a la Waits che ci accoglie (“Boys to men”) non ci rassicura, ma forse “sappiamo già” cosa può attenderci. “The hammer the coffin” ha un titolo fantastico e ci tritura le ossa, martellate sulle costole, eppoi vogliamo mettere “The sanction” ed il singolo “Happy hour”? Malessere. Poi arriva “The roll” con quelle tastierine horror-sixties a spezzare la cappa del suono denso ad avviluppante, Mrs. Robinson rientra sulla veloce “Shot”, sparo nel buio, pallottola che fende l’aria ammorbata dal lezzo della periferia. Quarantasette secondi, punto e basta. Accelerazioni e rallentamenti, salto nel vuoto ed il silenzio. Intendiamoci, non è che The easy way out ti metta a tuo agio, con Robinson (ti viene voglia di prenderlo a sberle, ma è quello che vuole lui, provocarti, e ne avresti poi il coraggio?) a rantolare in preda alle convulsioni e chitarra/basso/batteria a percuoterti con cinica violenza; è tutto studiato, un pachiderma che fugge, accecato dalla paura, ed è solo l’inizio. I quattro si espongono al fuoco incrociato della critica, ma vogliamo mettere “Hooker” che ci scaraventa nel bel mezzo del deserto di Gila, sotto il sole cocente che fonde le pietre, in compagnia di un vecchio Apache che salmodia insensato? Poi ti svegli, pareva un incubo ed invece ricomincia “Boys to men”… Il seguito di “A resting place for strangers” è qui, fra le nostre mani, ed è un buon disco, rabbioso sempre, ma più calcolato, più determinato. Un passo avanti, questo sì. Facile a parole, più difficile nella pratica, ma i quattro (più una) ce l’hanno fatta.

 

 

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